Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “maggio, 2016”

Diaframma

Sento il respiro del mattino
il rimbombo dei passi del risveglio
come impronte nel deserto
dove tutto ha ancora il rumore di una verità taciuta.
E’ solo questione di suoni, la vita
l’eccitazione delle vibrazioni o la loro negazione
il diaframma che si fa singhiozzo o voce
sussulto o decisione
che ci rende porta aperta o sprangata.
Talvolta silenzio.

Ore

E’ un chiedere a Dio la sostanza delle ore
se son fatte di acqua piovana
allineata a gocce oppure di nodi
di lacci, di capelli da sbrigliare,
se hanno la costanza raffinata delle biglie
che ad ogni giro mostrano sempre l’essenza
della loro trasparenza
nonostante l’occhio faccia inganno di colori
e dove risiede il prezzo del dolore
se nel mio piede o nell’orma
e dove la sua ricompensa:
se nel nostro flebile sfiorarci
o nella sua solida assenza.

Mollette

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Ho tenuto il conto delle parabole delle mollette
centottantaquattro volte a terra
un’esultanza stupida e superstiziosa
come per il gioco del fischio all’orecchio
quando riesce
“dimmi un numero”
“sette”
“A-B-C-D-E-F-G”
non sei tu
che mi pensi.
Si ritorna bambini nel tempo dell’amore
creduloni nella magia delle cose
nei desideri appesi alle stelle cadenti
franate un po’ più in là
mai a segno.
Sono due mesi diciassette giorni e qualche ora
che non ti sogno
ti ritrovo comunque incastrato alle cose
come a pagina settantotto del libro che mi hai detto
dove si parla di noi due a parti invertite
e non riesco a leggere oltre la frase
“ho atteso questa occasione per oltre mezzo secolo…”
che io ti ho ripetuta identica togliendo qualche lustro.
Facciamo un gioco allora come quando si era bambini
io chiudo gli occhi e faccio finta che non sei più
uno scivolo di pensiero
la mia stella cadente
la frase ricorrente
il mio quarto di secolo d’attesa
che non sei più
soprattutto qui dentro.
E tu finalmente
quando meno me lo aspetto
arrivi…

Più niente da dire

Aveva dei pensieri veloci
come le nuvole all’improvviso
che rabbuiano uno squarcio di cielo
e tra le dita una gomma da cancellare.
Dopo aver seguito un ragionamento senza fine,
staccò la schiena dal mobile
che oscilló senza più contrafforte
si diresse verso di me e
appoggiò la gomma vicino al mio gomito.
La gomma – disse – era l’errore,
la distanza tra me e lui il tempo della coscienza.
Poi si ritrasse e parlò ancora:
“Perchè intercorre tanto tempo
tra intelletto e cuore?
Tra l’errore e il suo intendimento? ”
Da dentro le tasche sollevò le mani a pugno
trascinando in alto anche la felpa
e vi scomparve al suo interno.
Pianse amaramente.
Io non ebbi più niente da dire.

Abbracci

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Sto lasciando che il tempo faccia il suo dovere
che ricucia a doppio filo
questo scampolo di cuore attaccato
fino adesso con la saliva
come la carta sulle unghie di mia madre
quando faceva magia: “vola Gigino, vola Gigetto…”.
Mi lascio scivolare su questa strada che corre,
una gomma bucata da mesi e rigonfiata fino allo spasmo,
da rattoppare prima o poi
anche lei.
Nel frattempo ci godiamo di corsa le spighe piegate
tra la punteggiatura dei papaveri
in una specie di corsivo fatto in bella copia e
i primi covoni fasciati ai lati della strada
pratici nell’arte di abbracciare il tiepido alito
del vento che si insinua tra i loro spazi.
Tra i miei
un pensiero si incastra spesso:
fasciarmi delle tue braccia e sentire
piano piano l’abbandono dei miei occhi
a una nuova pace.
Ma lo scaccio via
come mosca.

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