Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “giugno, 2016”

Un tuono di notte

Un tuono sordo di notte
un tremore di vetri
un sussulto nei metri quadri della mia pelle
e in qualche grammo di pensiero.
Il letto si è fatto barca nel cambio di fianco
sgranchendo le sue assi sotto il mio scheletro
e il sonno ha patito
lo scricchiolio del legno e il ticchettio della pioggia.
Ti ho pensato nell’intervallo tra la nervatura e il silenzio
tra una goccia e un’altra goccia
in tutto il tempo
in cui il vento ha spostato l’amalgama del cielo.
In realtà anche nel prima e nel dopo
ti ho pensato.

Chiassoso

C’è un che di chiassoso
nelle case abbandonate:
la plastica ingiallita di due o tre sedie
custodi di voci stanche di sottane
appena alzate sulla fatica dei menischi
i brandelli di pantaloni stesi a chissà quale età del sole
qualche spellacchiata tenda appuntata al cielo
con la pazienza addormentata dei ganci
un battente dischiuso
il buio di dentro nero di superstizione
il sudore perduto dell’orto
la goduria del topo
l’egoismo dell’edera
l’erba alta sulla staccionata di tronchi trafitti
dall’impietoso dovere del chiodo.
È l’abbandono al perdurare eterno della vita
che si riapproria della materia
senza la nostra materia
dei rumori senza il nostro rumore
del tempo senza il nostro tempo.
Siamo attori illusi
spettatori invece, puntini effimeri
nei brevi istanti del nostro vivere.

Mai via

Cosa sei alla fine?
L’immagine sotto le palpebre
un ghirigori tracciato sulla colonna vertebrale
la traiettoria barcollante delle mie gambe
come i matti, gli ubriachi
tutti gli odori del passato
di quelli presenti che riportano indietro
e i futuri che vorrei sentire come primavera
il sapore della neve d’inverno
il fiato trattenuto sopra una scogliera
e quello dentro l’acqua
quando dopo il fondo si risale
le parole che rimbalzano nell’auto
di tutti i miei discorsi immaginari
tutte le frasi da dire
dette, da cancellare e da ridire
tutto ciò che non sono più in grado di mettere in versi
le lacrime ricacciate nei condotti dei miei occhi
e i miei occhi nei sorrisi mentre ti penso.
E poi cosa?
Il buio che mi fa visita di giorno
il taglio della luce che abbaglia la notte
il pulviscolo in trasparenza
il mio cielo burrascoso
la tormenta, lo scompiglio, il turbine
il minuto appena dopo il temporale
il tramonto lungo dietro le montagne
le montagne, il fiume, la valle
le pieghe dell’acqua tra i sassi
lo scorrere, il rincorrere, il fermarsi.
La mancanza raggomitolata a tutti i secondi
la speranza racchiusa in poche ore
e poi sconfitta e la sconfitta
a prescindere dalla speranza.
Tutto quello che siede al centro della mia anima 
che cambia posizione
paziente
ti aspetta ancora
senza l’intenzione facile di andare via.

Mondo intimo

Sono nata al di qua della barriera dove si infrangono le nuvole
e piove, porto nei miei occhi la lucidità delle gocce
e nella bocca l’eco dei prati e il sapore del legno
che mio padre ammaestrava con otto dita e mezza.
L’odore di segatura ha riempito il mio e il suo petto
e la conoscenza dell’orizzonte fino alle case di fronte
l’est dei campi di pannocchie e il sud dei boschi
erano il mio mondo. Aveva la dimensione
del familiare, Maniago
un angolo giro di bancarelle intorno alla piazza, un pedalare
di arzille gambe anziane, era mia nonna
con la sua temeraria forza di scavalcare la finestra
per bagnare i gerani, era la Libera
alchimista di pozioni al limone
e tutto sapeva di brusio buono da dietro gli spifferi delle porte
di mani odorose di orti, di insalata di casa prima di Chernobyl.
Era il piccolo mondo dopo il tremore, la ricostruzione
di macerie sbriciolate in angoli bui per ricominciare
e il lavoro ciò che rimaneva di un’alleanza tra simili
che parlava un dialetto di mescola di cui nessuno ormai fa più caso.
E’ un peccato, ma non ricordo di allora i ciottoli bianchi,
solo l’acqua gelata del torrente scuro e verde
dove non si scorgeva il fondo e il frastuono delle voci di rimando
sono adesso quello che non fa più presente
quel che presente era.
Un gatto gironzolava sempre tra le mie gambe
e nella chiusa delle mie spalle come dighe
sapevo trattenere il singhiozzo delle ombre
e sigillarlo a doppia mandata nello spazio tra la chiave e la toppa
consegnandolo all’oblio. Adesso che qui
le nostre distanze sono dilatate come rughe
sui nostri volti e il mio parlarti ha perso la partita col tempo
sono fatti ancora della stessa acqua del cielo di Maniago
i miei occhi e le ombre hanno trovato come insinuarsi
tra le fessure della pazienza e scappare.

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