Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “agosto, 2016”

Al di là 

Lui avrebbe potuto essere al di là di questa stanza

a bisticciare con un paio di stringhe chinato

a mostrare la rotaia della sua schiena

fino al collo. Io, avvicinandomi,

l’avrei percorsa un bacio alla volta:

uno veloce per le vertebre sacrali

che racchiudono il midollo fresco del risveglio

uno lento per le cinque lombari

che basti fino al meriggio

un bacio lungo come le dodici dorsali

le ore di luce, le fatiche, le tribù d’Israele,

Giove intorno allo zodiaco.

Infine uno caldo a quelle cervicali

per far sussultare tutti i nervi del suo corpo

ché non dimentichi fino a sera.

Avrei tenuto per me invece

la tenerezza delle sue labbra per resistere

tutto il tempo oltre questa stanza

oltre questo corpo

e al di là di tutti i miei sogni.

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Di lento o di rock

Sei lontano da molto tempo 

non rammento più quante lune da me.

Ho chiesto a tutti tue notizie 

se c’è qualcuno che ricordi il suono delle tue labbra 

quando le schiudi

o il calore delle tue braccia in una serata d’estate

mentre fuori piove.

Ho chiesto ad altri quanto sia il peso 

della tua orma sulla sabbia

e la misura delle tue scarpe 

se calzi un numero pari o dispari

oppure a pianta larga.

Ho chiesto se d’istinto guardi prima in cielo 

il buio o le sue stelle 

se prima il tutto o i suoi particolari 

corpo o testa

viso o ciglia.

E poi quale immagine si è impressa 

sulla tua retina l’ultima volta qui 

chi ha preso il mio posto accanto a te 

durante la mia assenza 

quale emozione si sia fatta protagonista 

mentre sorseggiavi il tuo caffè. 

Infine ho azzardato a chiedere se qualcuno 

sapesse descrivermi l’aroma della tua pelle 

se sa più di tabacco o di miele

se ha più sapore della gioia o del dolore

e quanti nei disegnano costellazioni

che io mapperei per leggermi l’oroscopo.

Ma nessuno ha saputo rispondermi:

dicono che importa solo ricordare quanto sei alto

come porti i capelli e i vestiti

qual è la marca dei tuoi rasoi e che lavoro fai.

Non hanno ancora capito che io vorrei 

sapere invece della passione che ti scorre 

nelle vene e muove il tuo andare:

se il tuo cuore batte di lento o di rock.

Ruvido 

È ruvido 

il bordo vorticoso delle ore

la penna dalla quale ti scrivo

da cui si getta un inchiostro disperato 

che brama la lama del tuo sorriso

e il masticare delle parole 

che fanno carne la tua voce.

Nella dimenticanza 

anche questo agosto è precipizio d’assenza.

In ogni dove

I sussurri confusionari delle fronde agitate

lo sfarfallio sfacciato dai colori brillanti 

lo strisciare stanco e lumacoso 

il rollio franoso dei sassi

il litigio delle cicale:

c’era una pace movimentata placata dal vento 

in cima al bosco 

che disperdeva ogni intenzione bellicosa 

anche di qualche piccola nuvola.

Ho creduto di comprendere l’estensione 

della nostra terra distesa ai miei piedi

senza smettere di sentirti

dentro l’abbraccio faticoso dello sguardo.

Ho immaginato attraverso i tuoi occhi 

il silenzio 

ho sentito attraverso i tuoi respiri 

il mantice dei muscoli

e ho avuto paura del tuo essere 

fortemente in me come edera e muschio. 

Eri in ogni scorcio

in ogni frattura e incisione 

in ogni anfratto e distesa, 

nell’inciampo e nel passo veloce

nello scricchiolio della foglia e nel suo odore. 

In ogni dove eri 

fino a dove potevo spaziare.

Finché ho alzato distrattamente lo sguardo

tra le fila disordinate dei tronchi 

e non solo tu eri

ma noi.

Forse 

Ad averti dimostrato i miei sentimenti folli

ha reso folle anche me

nel pensiero costante che 

forse 

ho sbagliato ogni cosa

forse 

ho sbagliato i tempi

forse

lo spazio 

i modi, i toni, ogni pausa sana e insana

forse

ogni accento, apostrofo, maiuscola 

punto e a capo.

Forse, e dico solo forse

ho sbagliato anche tutti i ma e i se

i però e i ma però vietati 

e talvolta anche qualche congiuntivo 

un gerundio

e soprattutto l’infinito

che è l’utopia dell’eterno da scolaretti a memoria.

Se mi soffermo solo per un attimo 

il mio vivere è un tracciato deciso 

una costellazione di forse. 

Ma un unico verbo è sempre certo: 

potendo 

ti avrei amato più di ora

come sempre.

Tempo stonato

E c’è questo sole che abbaglia le ortensie tardive

quando invece sarebbe dovuto piovere

come ieri

come proprio qui dentro.

Sceglilo tu allora un sottofondo

una musica triste

che si trascina

un qualcosa di straziante che mi ripari l’anima

che curi le ferite e faccia rammendo di questo cuore.

Che mi accompagni alla fine del giorno

quando tutto è buio

ché io possa finalmente piangere.

Non c’è definizione per questo sbriciolarsi ancora dentro

A cosa servono

le notti tormentate a pensarti

le mattine ansiose di speranza

per una sfumatura diversa nel tuo parlarmi

a cosa la sensazione di ricordarti ovunque

che alcuni posti hanno senso perché  i tuoi occhi li hanno guardati

i tuoi passi solcati

e la tua passata presenza si è ormai impossessata di loro

come un fantasma nelle case abbandonate da tempo.

Quale senso

se tutto si annulla

nel momento stesso in cui

la tua mano si posa su di lei

e non ho più la forza di sciogliere il nodo

che mi serra la gola.

Tutto diventa oblio

soprattutto io…

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