Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Esilio

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La mia voce rubata a una porta socchiusa

ha la misura del pianto,

una fiducia disciolta in mano come brina

e scivolata via.

Dovresti vedere come hai svuotato un cuore,

riempito col sudore pigiato

in botti di attesa e pazienza,

la piega del sorriso

le mie mani ora mute.

La sensibilità è spesso un aculeo

che punge da dentro

e fa male come tutte le tue parole

zittite da un gesto.

 

 

 

 

 

Condominio numero 6

macerie

E’ al piano numero tre

che hanno scuoiato i muri

le tubature si stagliano come tendini a vista

la polvere volteggia nell’aria e la intasa

e un polmone di macerie l’accoglie

tossendo come tossico.

In controluce si esaltano le rimanenze

i punti fermi

il corpo profanato prima della rinascita.

Mi sarebbe piaciuto dirtelo prima di dimenticare

di nuovo

la tua lettera piegata in quattro

in fondo alla cartellina delle bollette dell’Enel.

Ché non era niente di importante

prima di pensarci.

Ché non eri niente di importante

prima di pensarti.

Venere

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Portami il respiro del mare
al tramonto
quando l’acqua diventa di sangue
specchio di un cielo ferito
portami il sudore della sabbia
l’odore calmo del vetrino levigato
che si crede sasso
il profumo del sale sui teli bagnati
il brivido che percorre la schiena
la brezza leggera.
Portami tutte le voci che si acquietano
in lontananza
l’amo del pescatore a riva
il secchio vicino che trionfa di fortuna.
Portami la pigrizia del ritorno a casa
che ti inchioda
la melodia dell’onda che trascina lenta
che reclama terra e vita.
Portami i tuoi occhi puntati altrove
portali bagnati e doloranti
come conchiglie singole riemerse
e cercherò teneramente
di lenire
il bruciore per quei lidi lontani
indimenticati.

A te che sei custode dei miei pensieri…

Naca

Era una strada lunga
sotto il sole
quella per il mare
gli zoccoli di legno a sbattere l’asfalto
a gara a chi li consumava di più.
Un sottopasso maleodorante
con sabbia e erba secca
la littorina che passava a ore alterne
noi a driblare i ricordi delle fiumare
a fila indiana
un lavandino rotto a destra
sdraio accartocciate sulla sinistra
installazioni futuristiche
di contemporaneità non comprese.
Avevo costumi contesi da altri corpi
occhi e sogni grandi
la fretta del faro di illuminare le rotte
la sete della sabbia sottopelle.
E gli occhi rossi senza occhiali
per scrutare i fondali
cronometri ai polmoni
il riposo dell’ape sulla carne viva
la pazienza delle ore
che si consumano.
L’ipnotico richiamo delle onde
come naca
per la mia nostalgia latente.

(Ri)Morsi

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Avevo un’altalena appesa sotto la terrazza

con due robusti ganci

e una tavola di legno per seduta

quattro mani di bambini a portarmi in alto

che chiedevano spesso

se lo stomaco sfrigolava lassù

e se desiderassi minuti in anticipo

per tornare giù.

Ma io stavo bene a guardare

vicino lontano

la stretta dei mattoni alla malta asciutta

i pezzi come puzzle incastrati a dovere

le geometrie del ragno

e immaginavo un solo salto

che finiva in volo e non in atterraggio.

Ero sognatrice

anche quando poco dopo

sopra la terrazza

gomiti puntati e palmi al mento

ero io pendolo oscillante tra due occhi

che abitavano la casa al di là del campo.

E lui porta con sé

ancora adesso

quel suo modo magnifico

di indossare le sue labbra

che col tempo non ricordano più

quante volte si siano cibate

di pane o seni.

Al pane invidio il sapore del morso

ai seni il suo languore.

Il bianco sorriso di una donna.

Sappi che qui si muore dentro

lentamente

dove nessuno vede e nessuno sente

dove a squilli di telefono seguono rimproveri

dove dietro veli di effimera felicità

si celano umiliazioni e minacce

e poi

scuse e ancora scuse.

Sappi che dentro una casa linda

si nasconde la muffa dei rapporti

la polvere stantia delle cose

fotocopie di loro stesse.

Sappi che spesso il sorriso bianco di una donna

copre una nera tristezza

che come un cancro la porta via

un po’ alla volta

lentamente.

Sappi che qui

io muoio dentro.

Ad Ottobre 

Una giacca leggera a coprirmi dai capricci del tempo. Le strade lastricate che giocano con i miei tacchi e talvolta mi chiedono di restare, tra una fuga e l’altra come sopra un pianoforte, bianco o nero, bianco e nero. Io dondolo il piede, mi soffermo su un giro armonico di Do, in fondo io do sempre, ricevo poco, butto indietro il pensiero appiccicato a una ciocca di capelli, sorrido e accelero il passo. Mi dirigo dove il vociare si sente più forte nella scansione delle ore. Tante voci che ne fanno una sola, colorata, forte, piena di futuro. E’ musica, dove tutti sentono un frastuono. E’ la vita che prende vita, è cartilagine che diventa ossa. Ancora pochi l’hanno capito che si ottiene di più con la dolcezza, dove tutti usano il forcone. A rivoltare le zolle di un terreno incolto siamo bravi tutti, a rivoltare gli animi ci vuole passione e la dedizione di un contadino a cui è stato bruciato il raccolto. Il raccolto c’era, il seme aveva attecchito, la pianta stava crescendo nel terreno fertile, ma una mano crudele ci ha passato sopra il fuoco, la sofferenza delle foglie che si attorcigliano in un atto di ribellione, che si tramuta in rassegnazione. Quando tutto si spegne, si sente la disperazione, tutto sembra perduto, rimane la cenere. Ma dalla cenere si ricostruisce. La si sparge un po’ dappertutto, si fa in modo che penetri a fondo, che fertilizzi di nuovo, che rinfreschi dal dolore e purifichi. E con la fiducia si prepara il terreno a un qualcosa di nuovo, che darà nuova pianta e nuovo raccolto. Diverso dal primo perché arricchito dal ricordo delle fiamme. E poi si eliminano le erbacce, si raddrizza qualche stelo, si affina la pazienza sperando che piova.

Attenderò le cadute, il bianco sterile, il freddo ostile. Si rinasce. Dopo aver assecondato il dolore, grazie a chi ti strappa alla morte apparente e ti rimette in grembo al mondo. Con la fatica. Con le unghie. Con il rischio del rigetto.

Sempre.

Ma adesso è ancora Ottobre.

Di ieri

Oggi ha piovuto. Non pioveva da giorni che pensavamo a un’ammissione di colpa da parte del cielo. Ma oggi ha piovuto. Ho provato a tenere l’ombrello saldo, così come i miei dotti lacrimali ad ogni sorriso, ad ogni frase di augurio. Ma non sono allenata a giochi d’equilibrio,  nonostante il mio oroscopo affermi il contrario. Non so cosa succederà domani, ho una corda troppo grossa che mi tiene ancorata a ieri, come una sicurezza o una condanna. Però so che stasera ho mangiato solitudini. Di quelle che rivelano l’amaro nel retrogusto, dopo che hai inghiottito. E so che sarebbe bastato poco a rimettere al posto giusto le rughe dal mio viso. È passata la mezzanotte. Tutto è immobile, nulla è cambiato. Di ieri sono rimasti giri di boa rassegnati, cambi di cifre soltanto…

Lettere per un lungo addio: Nadia e Francesco

Cara Nadia,

ho bisogno di dipanare questa angoscia che si aggrappa alle mie introspezioni. Ieri ho avuto un frizzante attimo di serenità che mi aveva riempito di stupore e di speranza, ripercorrendo strade amiche di ricordi giovanili. Questi luoghi mi avevano convinto a ritornare, ma più che la nostalgia dei loro profumi era la nostalgia di te a volermi di nuovo qui. Questo tu già lo sai. Adesso non so se è stato un bene. Talvolta vorrei scappare lontano per non inciampare di nuovo in immagini del passato che non è voluto diventare futuro. Il sentirti mi dona speranza, ma quando vedo che nel quadro dei tuoi occhi io non sono disegnato e il tuo quadro ha sfumature che non so dipingere, sprofondo di nuovo in un malessere che non mi lascia respiro. Trascorro giorni strani in cui sono stranito dalla realtà e giro per casa e per strada come se fossi uno zombie, senza meta e senza apparente significato. Invece c’è. Traccio nella mia mente i percorsi che facevamo e camminando a testa bassa rivedo ancora i tuoi piedi accanto ai miei, io un passo, tu due per non rimanere indietro. Ma quello che è rimasto indietro sono io, che non riesco a vivere il presente e ad ogni schiena familiare davanti a me, prego, nel girarsi, che sia abbinata al tuo viso. Non riesco più a vivere così. Ho bisogno di un interruttore che ti spenga dalla mia mente, dalle mie giornate e dai sogni notturni. La scorsa settimana ti ho sognato più volte. In uno di questi sogni, io scendevo le scale di un grande edificio. Le scendevo stando a sinistra e proprio quando ero alla fine, ti ho vista, mentre le salivi, tenendoti alla mia destra. Ho pensato subito che fosse una bella occasione incontrarsi così, per caso, salutarci e poi chissà, magari andare a bere qualcosa insieme. Invece tu sei salita a testa bassa senza accorgerti di me. Fine del sogno, fine delle speranze. Mi alzo con una tristezza che non s’addice ad uomo della mia stazza e della mia età. La sensibilità è roba da femminucce, mi dico in continuazione, ma quando rivedo il tuo sorriso, in una delle tue tante foto tutto va a farsi fottere. So che sei ritornata qui e che, come fai da un po’ di tempo, non mi hai avvertito del tuo arrivo. Posso capirlo sai? Perchè farlo? Non stiamo mica insieme, non sei mica obbligata. Ma mi avrebbe fatto piacere saperlo. Non mi sarei fatto sentire, sai? Avrei rispettato i tuoi altri impegni. Ma il saperti qui, mi avrebbe portato ad uscire più spesso, a prendere aria o forse avrebbe sortito l’effetto contrario, e sarei rimasto tappato in casa affinché tu non incontrassi la mia faccia da scarafaggio. Chissà, se mai in quei giorni, hai girato l’angolo delle nostre strade con la speranza di vedermi? Chissà se mai ti è balenata l’idea di mandarmi un saluto. O passando sotto casa mia, ti sia venuto in mente di cercarmi dietro le tende.

Alla luce di come mi sto sentendo, spero che questa sia l’ultima lettera con il tuo nome sopra.

Ti chiedo dunque, considerato il fatto che non sono capace di farlo io, di avere la forza tu di chiudere. Sii brutale, dimmi che non sei interessata a me, che sono noioso, che non riesco a farti ridere, nè sorridere durante i nostri brevi scambi di parole, che il mio aspetto fisico ti rivolta lo stomaco, che non ti viene in mente mai il mio viso e che a malapena, durante le tue giornate, ti ricordi di me e io, forse, troverò la forza di sparire o di farti sparire dalla mia vita. Dimmi che non ci potrà mai essere futuro, che se mi chiedi come sto, è solo per gentilezza e dietro quelle parole non c’è un “mi sei mancato”. Dimmi che sei felice tra le braccia di un altro o che mille braccia, mille mani e mille lingue non sono ancora sufficienti a fermare la tua sete. E che quando la tua sete si sarà placata, a quel punto ti verrà fame di emozioni che non sono in grado di saziare.

Sono solo un bugiardo. Credi a metà di ciò che ti ho scritto.

In realtà volevo solo dirti che sono invidioso delle orecchie che ti stanno ascoltando adesso e delle pelle che stai sfiorando, anche così senza malizia.

Tuo, finché il mio cuore non deciderà il contrario e finché la mia mente reggerà questo tormento…

Piegando lenzuola

Ti dedicherei il mondo, è abbastanza scontato. Però te lo dedicherei nel suo risveglio, che sa di vita che si rinnova, almeno per quella parte che fa del suo nuovo giorno esperienza e non numero di passi. E poi ti dedicherei il sonno dell’altra parte del mondo, di quella che, se non riesce a dormire e si rigira nel letto, fa dell’insonnia una piramide di sogni mentre guarda le stelle. Te lo dedicherei affinché tu possa avere giorni costruttivi e notti illuminate. 

Ti dedicherei il mare, che stupida, dirai. Però te lo dedicherei per la sua capacità di non rimanere mai uguale a se stesso ma di modificarsi e di modellare l’ambiente circostante con la pazienza infinita di tornare sui propri passi, con la dolcezza o l’irruenza del caso, perché a essere troppo buoni a volte si perde. Te lo dedicherei affinché i tuoi giorni abbiano la giusta quantità di condimento nel tuo continuo rinnovamento.

Ti dedicherei il vento. Però quello di scirocco che mentre respiri, il respiro te lo senti mancare, perché il calore arriva fino allo stomaco in una sola boccata e ti asciuga e non ti fa sudare. E poi ti dedicherei anche quello grecale che, forse, conosci di più e che soffiando, crea confusione tra i passanti, gioca formando vortici di robacce a terra che quando è stanco porta lontano, e libera il cielo dalle nuvole, lasciando una sensazione di aria serena.Te lo dedicherei perché a volte è bello vivere col respiro mozzato oppure perché quando tutto intorno a te cerca di confonderti, tu possa fare pulizia e ritrovare la tua via.

Ti dedicherei le montagne che tanto ami, perché sai essere roccia e sai essere forte ma avresti anche il diritto di tremare e crollare e di aggiungere spigoli e spuntoni. Ti dedicherei lo sguardo che cerca l’orizzonte, i piedi stanchi, i miei occhi se li volessi, le mie mani per le tue fatiche.
Ti dedicherei tutto ciò che il mio cuore e i miei pensieri riescono a contenere, che è più di quanto tu possa immaginare ed è sempre meno di quanto vorrei donarti.

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