Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivio per la categoria “Amicizia”

Tra poco

C’è adesso in cucina il profumo delle case antiche

come legno che si fa cenere al fuoco e caffè

che trabocca e fa pozza sull’acciaio

che satura l’aria e l’aria della finestra

aperta preme per farsi spazio

in questa alba che tarda ad arrivare.

Chiudi la porta

stringimi a te

parlami ancora del tempo effimero

insegnami i gesti per tardare il futuro

sollevami il mento

spalancami gli occhi

baciami

e poi sorridimi.

Che non posso dirti “mi manchi”

nell’immediato tra poco che è già domani.

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Come la buccia delle mele

Le mele stanno marcendo sul tavolo

le guardo:

è come se non ci sono

e invece sono io che non ci sono.

Se tu ci fossi

niente di questo sguardo

niente di queste rughe che si precipitano

adesso sulle mie labbra

niente andrebbe a male

niente sarebbe come macchia sulla buccia

trapassata dalle dita.

Neanche io.

Tu che ridefinisci i limiti di ogni sentire

il contorno di ogni atomo tra me e te

l’ossigeno di ogni mio respiro.

Tu che sai farmi bene

soprattutto adesso che io non so

se ci sono.

Esilio

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La mia voce rubata a una porta socchiusa

ha la misura del pianto,

una fiducia disciolta in mano come brina

e scivolata via.

Dovresti vedere come hai svuotato un cuore,

riempito col sudore pigiato

in botti di attesa e pazienza,

la piega del sorriso

le mie mani ora mute.

La sensibilità è spesso un aculeo

che punge da dentro

e fa male come tutte le tue parole

zittite da un gesto.

 

 

 

 

 

Condominio numero 6

macerie

E’ al piano numero tre

che hanno scuoiato i muri

le tubature si stagliano come tendini a vista

la polvere volteggia nell’aria e la intasa

e un polmone di macerie l’accoglie

tossendo come tossico.

In controluce si esaltano le rimanenze

i punti fermi

il corpo profanato prima della rinascita.

Mi sarebbe piaciuto dirtelo prima di dimenticare

di nuovo

la tua lettera piegata in quattro

in fondo alla cartellina delle bollette dell’Enel.

Ché non era niente di importante

prima di pensarci.

Ché non eri niente di importante

prima di pensarti.

Venere

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Portami il respiro del mare
al tramonto
quando l’acqua diventa di sangue
specchio di un cielo ferito
portami il sudore della sabbia
l’odore calmo del vetrino levigato
che si crede sasso
il profumo del sale sui teli bagnati
il brivido che percorre la schiena
la brezza leggera.
Portami tutte le voci che si acquietano
in lontananza
l’amo del pescatore a riva
il secchio vicino che trionfa di fortuna.
Portami la pigrizia del ritorno a casa
che ti inchioda
la melodia dell’onda che trascina lenta
che reclama terra e vita.
Portami i tuoi occhi puntati altrove
portali bagnati e doloranti
come conchiglie singole riemerse
e cercherò teneramente
di lenire
il bruciore per quei lidi lontani
indimenticati.

A te che sei custode dei miei pensieri…

Naca

Era una strada lunga
sotto il sole
quella per il mare
gli zoccoli di legno a sbattere l’asfalto
a gara a chi li consumava di più.
Un sottopasso maleodorante
con sabbia e erba secca
la littorina che passava a ore alterne
noi a driblare i ricordi delle fiumare
a fila indiana
un lavandino rotto a destra
sdraio accartocciate sulla sinistra
installazioni futuristiche
di contemporaneità non comprese.
Avevo costumi contesi da altri corpi
occhi e sogni grandi
la fretta del faro di illuminare le rotte
la sete della sabbia sottopelle.
E gli occhi rossi senza occhiali
per scrutare i fondali
cronometri ai polmoni
il riposo dell’ape sulla carne viva
la pazienza delle ore
che si consumano.
L’ipnotico richiamo delle onde
come naca
per la mia nostalgia latente.

(Ri)Morsi

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Avevo un’altalena appesa sotto la terrazza

con due robusti ganci

e una tavola di legno per seduta

quattro mani di bambini a portarmi in alto

che chiedevano spesso

se lo stomaco sfrigolava lassù

e se desiderassi minuti in anticipo

per tornare giù.

Ma io stavo bene a guardare

vicino lontano

la stretta dei mattoni alla malta asciutta

i pezzi come puzzle incastrati a dovere

le geometrie del ragno

e immaginavo un solo salto

che finiva in volo e non in atterraggio.

Ero sognatrice

anche quando poco dopo

sopra la terrazza

gomiti puntati e palmi al mento

ero io pendolo oscillante tra due occhi

che abitavano la casa al di là del campo.

E lui porta con sé

ancora adesso

quel suo modo magnifico

di indossare le sue labbra

che col tempo non ricordano più

quante volte si siano cibate

di pane o seni.

Al pane invidio il sapore del morso

ai seni il suo languore.

Il bianco sorriso di una donna.

Sappi che qui si muore dentro

lentamente

dove nessuno vede e nessuno sente

dove a squilli di telefono seguono rimproveri

dove dietro veli di effimera felicità

si celano umiliazioni e minacce

e poi

scuse e ancora scuse.

Sappi che dentro una casa linda

si nasconde la muffa dei rapporti

la polvere stantia delle cose

fotocopie di loro stesse.

Sappi che spesso il sorriso bianco di una donna

copre una nera tristezza

che come un cancro la porta via

un po’ alla volta

lentamente.

Sappi che qui

io muoio dentro.

Ad Ottobre 

Una giacca leggera a coprirmi dai capricci del tempo. Le strade lastricate che giocano con i miei tacchi e talvolta mi chiedono di restare, tra una fuga e l’altra come sopra un pianoforte, bianco o nero, bianco e nero. Io dondolo il piede, mi soffermo su un giro armonico di Do, in fondo io do sempre, ricevo poco, butto indietro il pensiero appiccicato a una ciocca di capelli, sorrido e accelero il passo. Mi dirigo dove il vociare si sente più forte nella scansione delle ore. Tante voci che ne fanno una sola, colorata, forte, piena di futuro. E’ musica, dove tutti sentono un frastuono. E’ la vita che prende vita, è cartilagine che diventa ossa. Ancora pochi l’hanno capito che si ottiene di più con la dolcezza, dove tutti usano il forcone. A rivoltare le zolle di un terreno incolto siamo bravi tutti, a rivoltare gli animi ci vuole passione e la dedizione di un contadino a cui è stato bruciato il raccolto. Il raccolto c’era, il seme aveva attecchito, la pianta stava crescendo nel terreno fertile, ma una mano crudele ci ha passato sopra il fuoco, la sofferenza delle foglie che si attorcigliano in un atto di ribellione, che si tramuta in rassegnazione. Quando tutto si spegne, si sente la disperazione, tutto sembra perduto, rimane la cenere. Ma dalla cenere si ricostruisce. La si sparge un po’ dappertutto, si fa in modo che penetri a fondo, che fertilizzi di nuovo, che rinfreschi dal dolore e purifichi. E con la fiducia si prepara il terreno a un qualcosa di nuovo, che darà nuova pianta e nuovo raccolto. Diverso dal primo perché arricchito dal ricordo delle fiamme. E poi si eliminano le erbacce, si raddrizza qualche stelo, si affina la pazienza sperando che piova.

Attenderò le cadute, il bianco sterile, il freddo ostile. Si rinasce. Dopo aver assecondato il dolore, grazie a chi ti strappa alla morte apparente e ti rimette in grembo al mondo. Con la fatica. Con le unghie. Con il rischio del rigetto.

Sempre.

Ma adesso è ancora Ottobre.

Di ieri

Oggi ha piovuto. Non pioveva da giorni che pensavamo a un’ammissione di colpa da parte del cielo. Ma oggi ha piovuto. Ho provato a tenere l’ombrello saldo, così come i miei dotti lacrimali ad ogni sorriso, ad ogni frase di augurio. Ma non sono allenata a giochi d’equilibrio,  nonostante il mio oroscopo affermi il contrario. Non so cosa succederà domani, ho una corda troppo grossa che mi tiene ancorata a ieri, come una sicurezza o una condanna. Però so che stasera ho mangiato solitudini. Di quelle che rivelano l’amaro nel retrogusto, dopo che hai inghiottito. E so che sarebbe bastato poco a rimettere al posto giusto le rughe dal mio viso. È passata la mezzanotte. Tutto è immobile, nulla è cambiato. Di ieri sono rimasti giri di boa rassegnati, cambi di cifre soltanto…

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