Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Contraddizioni

Da quando le nostre gambe smettono

la disciplina della pedalata

ci mandano a stendere reticolati di contraddizioni

e ci dicono che è così

che si devono comportare i grandi:

si dice sì, si fa no per sopravvivenza

si dice no, si fa sì per compiacenza.

Ma io non voglio vivere da copione

con un cuore svuotato come i cortili delle case popolari

senza la gioia e le urla dei bambini

e le vecchie alle finestre

a far da sentinelle alle crepe dell’asfalto

e farmi bastare un frammento di cielo

che tra le sbarre chiamano libertà.

Voglio chiamare invece ogni cosa col suo nome

il sì col sì, il no col no

l’indifferenza con le sue locuzioni

l’amore senza alcun giro di parole.

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La signora Mavilla

cambiava le mille lire con i gettoni

del telefono e la cabina

si trasformava in sauna

per il tempo delle rassicurazioni.

Poi si usciva dalla sua botteguccia nera

-come il suo eterno lutto- con l’odore

di gelati confezionati

seggiole di paglia e parlata stretta

e si imboccava la strada per il mare

in gara per la consumazione degli zoccoli di legno

asciugamano in spalla

gli occhi stretti a scrutare la distanza dalla riva.

Da allora credo che in me

ci sia sempre stata

l’impossibilità di cancellare

quei piccoli minutissimi rottami di echi

le voci, i chilometri quadrati di fruscii

i rumori o la nota di silenzio della cornetta

tenuta in aria prima di atterrare

con un click.

“A presto.”

Saldature

È impossibile che non esista più parola

che si incastri tra le unghie

una formula per scacciare tormenti e imperfezioni

un giorno lecito

in cui tu possa accarezzarmi la schiena

e liberarmi dalle vertebre l’ultimo brivido

come scintille.

Non guardarle- mi diceva mio padre-

che perdi gli occhi.

Non poteva sapere che li abbiamo smarriti comunque

sacrificando al tempo le nostre meraviglie.

Mi guardo addosso troppo spesso

frugandomi nelle righe delle suole

gli angoli caduti della bocca.

Dentro un quadro di Rothko

Noi siamo nati dentro un quadro di Rothko

con la sua ordinata scansione di colori

di strisce orizzontali di cieli e campi magri

di grano e di soia

di cimici

che ci volano addosso.

E giocavamo un tempo

a nascondino tra i filari di mais

e le vipere ad acchiapparello con i nostri piedi.

Io mi ero smarrita nei tuoi occhi sulla strada davanti a casa tua

con le villette che stavano abbracciate

a tenersi al caldo e tu

a parlare con i tuoi amici e io

e la mia bici che passavamo.

E il colore del tuo incarnato che si accordava

al pallore dei nostri inverni

i tuoi occhi furbi che sfuggivano prima

di essere sorpresi e le tue mani tra i capelli

il tuo andare spedito e il tuo aspettare le ore

stanche dell’estate che avanzava.

E l’inquietudine nelle tue scarpe

la camicia di flanella sopra la t-shirt

lo zaino in spalla e l’ambizione dei tuoi desideri

la pioggia che non dà tregua ora ai tuoi giorni

e il fango e il colore accesso delle colline.

E anche tu a fotografar pozzanghere

e le immagini tremolanti riflesse nei vetri

che si credono specchi.

E io non so mai quando fai ritorno

e mi sembra di vederti ad aspettare le ore passare.

Ma è solo fame o stanchezza

la sensazione che questo quadro sia un miscuglio

confuso di colori

di ricordi.

Promesse di cose grandi

Quanto fascino c’era

in quella cascina abbandonata in mezzo al bosco

dove andavamo a misurare le assi

per riportarle in bella copia scala 1 a 20.

Le persiane divelte in bilico verso l’edera

che saliva su dal giardino e le foto sbiadite

appiccicate all’intonaco che veniva via in pezzi

insieme alla memoria arresa al tempo.

Chissà lì dentro chi ha dato voce a favole di guerra

e a incubi di pace senza pane. Chissà

se qualche fiato caldo

ha riscaldato un altro corpo nel cuore della notte

e se lo stesso corpo si è fatto poi chioccia

o fredda armatura.

E quali fantasmi ballano adesso sulle rimanenze

di un pasto offerto alle termiti e

se ancora la ginestra spinge i suoi rami verso il cielo

da quando noi abbiamo perso l’abitudine

di guardare in alto a bocca aperta

e dirci che faremo cose grandi.

Diluvio

Nelle borse livide sotto gli occhi

trattengo ancora l’infantile bruciore al ginocchio

il pianto sommesso per un amore

chiassoso dentro i timpani

un ricordo che non ha mai fatto eco

qualche parola trasparente che non è servita a niente.

Un’apocalisse di gesti

prima del diluvio.

Tra poco

C’è adesso in cucina il profumo delle case antiche

come legno che si fa cenere al fuoco e caffè

che trabocca e fa pozza sull’acciaio

che satura l’aria e l’aria della finestra

aperta preme per farsi spazio

in questa alba che tarda ad arrivare.

Chiudi la porta

stringimi a te

parlami ancora del tempo effimero

insegnami i gesti per tardare il futuro

sollevami il mento

spalancami gli occhi

baciami

e poi sorridimi.

Che non posso dirti “mi manchi”

nell’immediato tra poco che è già domani.

Come la buccia delle mele

Le mele stanno marcendo sul tavolo

le guardo:

è come se non ci sono

e invece sono io che non ci sono.

Se tu ci fossi

niente di questo sguardo

niente di queste rughe che si precipitano

adesso sulle mie labbra

niente andrebbe a male

niente sarebbe come macchia sulla buccia

trapassata dalle dita.

Neanche io.

Tu che ridefinisci i limiti di ogni sentire

il contorno di ogni atomo tra me e te

l’ossigeno di ogni mio respiro.

Tu che sai farmi bene

soprattutto adesso che io non so

se ci sono.

Esilio

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La mia voce rubata a una porta socchiusa

ha la misura del pianto,

una fiducia disciolta in mano come brina

e scivolata via.

Dovresti vedere come hai svuotato un cuore,

riempito col sudore pigiato

in botti di attesa e pazienza,

la piega del sorriso

le mie mani ora mute.

La sensibilità è spesso un aculeo

che punge da dentro

e fa male come tutte le tue parole

zittite da un gesto.

 

 

 

 

 

Condominio numero 6

macerie

E’ al piano numero tre

che hanno scuoiato i muri

le tubature si stagliano come tendini a vista

la polvere volteggia nell’aria e la intasa

e un polmone di macerie l’accoglie

tossendo come tossico.

In controluce si esaltano le rimanenze

i punti fermi

il corpo profanato prima della rinascita.

Mi sarebbe piaciuto dirtelo prima di dimenticare

di nuovo

la tua lettera piegata in quattro

in fondo alla cartellina delle bollette dell’Enel.

Ché non era niente di importante

prima di pensarci.

Ché non eri niente di importante

prima di pensarti.

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