Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivio per la categoria “Amore”

Cielo

Vieni da me stanotte 

cammina sui tetti come in un sogno 

che ti stendo passerelle di stelle 

corri, corri da me sorriso di sole

che io saprò farmi cielo. 

Sbilanciamento 

Le tue dita danzanti sul mio braccio 

componevano in un codice morse 

un messaggio criptato 

da affidare alle onde dei miei palpiti 

dopo che per anni hanno ragionato 

sull’incavo stabilito da Dio  

tra le tue labbra e il naso 

su quell’abitudine del tuo mento 

di svicolare sempre dalla mia memoria.

Pensavo di non riuscire più a vivere senza

lo stampo del tuo sguardo 

come della salsedine il pescatore fa respiro 

come adesso che il profilo dei monti 

traccia il mio cardiogramma e mi fa viva.

Ma le cose cambiano e si allontanano

scivolano mutano

diventano trasparenti

un po’ come te

dopo che ho visto l’amore 

lasciato seduto da un lato della panchina

non essere riamato.

Condominio numero 6

macerie

E’ al piano numero tre

che hanno scuoiato i muri

le tubature si stagliano come tendini a vista

la polvere volteggia nell’aria e la intasa

e un polmone di macerie l’accoglie

tossendo come tossico.

In controluce si esaltano le rimanenze

i punti fermi

il corpo profanato prima della rinascita.

Mi sarebbe piaciuto dirtelo prima di dimenticare

di nuovo

la tua lettera piegata in quattro

in fondo alla cartellina delle bollette dell’Enel.

Ché non era niente di importante

prima di pensarci.

Ché non eri niente di importante

prima di pensarti.

Inverno

Se devo lasciarti andare come l’albero la foglia

invidio la terra

che ti accoglie ignara del dolore acuto del distacco.

La mia rinuncia a te fa un tonfo sordo.

Tremo dentro.

Non doveva essere già qui il mio inverno!

Dovevo ancora farci felici.

La prospettiva della foglia

foglia_morta

Non c’è più ode all’usignolo

la rondine ha perso il suo garrito, andata

rasente il sasso e ad ogni sasso

ha affidato una piuma di calamaio imperfetta

al racconto del mattino.

Il vento ha smesso di ondeggiare le chiome

arrese alla fissità dell’attimo tra lo squillo

e una voce al di là del filo, alla distanza

orizzontale della goccia all’altra goccia, alle pieghe

della maglia che si arrende al tuo corpo.

Non so quale nostalgia mi agguanta lo spirito

adesso e lo sbatte come polpo sugli scogli

ma vorrei solo l’abbandono a una carezza

prima che la foglia tocchi terra e tutto ricominci a

respirare.

 

 

Della stoica sopportazione del dolore

Scrivo la mia notte che è stata
questo giorno e la tua notte
tutto il buio padrone dei tuoi piccoli occhi
vagabondi tra il corpo rigido
capriccioso
i minuti eterni del tuo abbandono.
Scrivo la terra del tuo sorriso
lo scandire delle stazioni
la tua solitaria via crucis
e noi
a mutare in sindone il tuo volto
– un litro di acqua al tuo calvario.
Scrivo l’abitudine alle corsie grigie
alle linee a terra
i nostri fili di Arianna attorcigliati
verso la disperazione ordinata
in base al piano: uno nuovo a settimana.
Scrivo per il tuo sangue e per il mio
raffermo tra i troppi pensieri
che affollano la mente
scrivo per tutto il colore che serve
a questi muri per dire che siamo ancora vivi.

Scrivo l’accanimento contro chi non ha più forza
né voglia di reagire
scrivo per tutto ciò che sento accadere
cadere deperire rompere –
le cose  davanti al mio sguardo
e per tutto ciò che sento svanire consumare perdere –
le cose dentro le mie mani
il tuo viso tra le braccia – per esempio-
che solo adesso sento di non aver accarezzato
abbastanza.
Tutto intorno crolla
e io vado in pezzi nei posti invisibili
che non ti posso dire.
Resisti!

 

A mio padre  che si confonde a volte col colore delle sue lenzuola ma che continua a dire di stare bene.

Esame di coscienza

Un esame di coscienza mi rimprovera costantemente perchè la superficialità non mi appartiene, ma pecco per eccesso di affetto e per quella gioia del vivere che rimane appesa alle tue parole. Credo che tu sappia ormai che ho un abisso profondo che vorrei farti vedere e che ho perso, o forse non ho mai avuto, la capacità di comunicarti i miei palpiti nel giusto modo per non apparire spudorata. Ma se solo potessi vedere i miei occchi e scavarmi dentro, capiresti che ogni volta che ti parlo ho un innesto di paure e i miei gesti sono solo bisognosi di un ritorno e di conferme che non posso chiederti. Io ti aspetto senza alcuna aspettativa e ti saprei aspettare per tutti gli anni che ti ho già aspettato, e se mai potrò averti accanto, rimarrai incollato sempre all’ultimo battito del mio cuore e a quello successivo. E un’unica certezza è rimasta a galla nel tempo: nessuno mai potrà prendere il tuo posto… e non è un esagerare… e non è un mitizzare.

Quando ci vuole molto tempo è solo per rendere ragionevole il cuore.

I no
i “non ti voglio” vanno urlati
gesticolati
graffiati
senza lasciare dubbi aggrappi
spiragli.
E vanno ribaditi
con coraggio
platealmente
senza indifferenti silenzi
senza femminee delicatezze
senza rimandi
senza un dopo.
Non si lasciano aperte le porte ai no
nessuna possibilità
non spazio futuro.
I no non devono avere oscillazioni
tentennamenti paure.
E devono essere ghigliottine definitive
nessuna illusoria carezza
non un mi dispiace
nessun ripensamento
non si può farsi piacere
ciò che non piace.
Va invece sussurrato
tutto il resto
soprattutto l’atroce “ho capito”
appena percepibile
un fiato dolce
una disperazione sottile
prima della resa.

E io adesso
te lo bisbiglio
dolorosamente
pudicamente e in silenzio:
ho capito … ho capito.

Radici

I giorni stratificano pensieri

fertili come terra

nera

e sento inutile rivangare

ciò che mi tiene sveglia ogni notte.

Ho occhiaie come prosciugate pozze d’acqua

e rivoli secchi che percorrono le guance

fino al mento.

I giorni continuano a rincorrere il domani

e penso che ancora non hai avuto modo

di vedere dentro i miei occhi

tutte le volte che ti penso

né di sentire il terremoto

che mi provoca il tuo nome

a fior di labbra e

ancora meno il paesaggio lunare che ho

quando mi dico che tu – in fondo –

non ci sei.

E mi chiedo perché

le radici che ho lasciato

invisibilmente e senza fondamento

crescere su di te

si irrobustiscono al posto di inaridire…

Pentimenti

Se dovessi raccontarti di questi occhi

ti direi che è per colpa della luce accesa all’improvviso

di queste lenti sporche che si appiccicano al cristallino

del moscerino distratto che vola ubriaco

se sono così lucidi.

Non sono lacrime, non è pianto.

Se ti raccontassi della mia voce

ti direi che è per colpa dell’aria calda di questo posto

della saliva di traverso che mi strozza

dell’ugola infiammata per il troppo canto

se è così tremante.

Non per lacrime, né per pianto.

Se invece non sapessi mentire

ti direi che è colpa del tempo che vorrei indietro

della tua mancanza che brucia

della mia coerenza che manca

se sono così triste.

Ed è colpa del non sapermi staccare

del non saper aspettare

del non sapere accettare

delle cose che cadono con la tua iniziale

delle richieste che vorrei cambiare

del perdere per paura di tentare.

Ancora.

E delle ambizioni alte

i sogni intensi

i pensieri travolgenti

le parole spudorate.

 

E sono lacrime

e non si ferma il pianto…

 

 

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