Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Esilio

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La mia voce rubata a una porta socchiusa

ha la misura del pianto,

una fiducia disciolta in mano come brina

e scivolata via.

Dovresti vedere come hai svuotato un cuore,

riempito col sudore pigiato

in botti di attesa e pazienza,

la piega del sorriso

le mie mani ora mute.

La sensibilità è spesso un aculeo

che punge da dentro

e fa male come tutte le tue parole

zittite da un gesto.

 

 

 

 

 

Sutura 

Il dolore punge 

sempre un po’ più in là 

dell’orlo della ferita

come il tuo nome sporge 

oltre le mie labbra

pesandomi sul cuore.

Condominio numero 6

macerie

E’ al piano numero tre

che hanno scuoiato i muri

le tubature si stagliano come tendini a vista

la polvere volteggia nell’aria e la intasa

e un polmone di macerie l’accoglie

tossendo come tossico.

In controluce si esaltano le rimanenze

i punti fermi

il corpo profanato prima della rinascita.

Mi sarebbe piaciuto dirtelo prima di dimenticare

di nuovo

la tua lettera piegata in quattro

in fondo alla cartellina delle bollette dell’Enel.

Ché non era niente di importante

prima di pensarci.

Ché non eri niente di importante

prima di pensarti.

Autoscontri

Ti ricordo nello spiazzo di fronte la chiesa

dove l’uomo degli autoscontri contava 

i suoi gettoni

i guanti tagliati alle dita e la musica

a far sanguinare le orecchie.

Erano i Novanta della Salerno

i capelli cotonati in ciuffi enormi

qualche rossetto sgargiante

fuori da messa

tu in piedi sulla pedana d’acciaio

le mani in tasca e la voce muta da mitile,

un giubbotto blu di jeans.

Ti ricordo anche da sopra la rampa 

quando pensavo che il tuo sguardo 

mi facesse capolino tra il muro e la ringhiera 

e la tua schiena aveva ceduto il posto 

lentamente alla tua bocca scorta di sfuggita

mentre i miei occhi cadevano a terra.

Nella mia memoria

ogni gesto è mandato sempre a rallentatore 

una messa in pausa,

un fotogramma di piacere 

due di malinconia.

Ho atteso per anni il colpo di scena

tu che abbracciandomi scrivevi di noi

un copione migliore.

 

Scia 

Non riesco ad amare 

il rumore dei miei passi 

non quello dei miei pensieri

che si allontanano da te

ma la tua mano pesa le sue ossa su di lei

e certi petali si aprono a dicembre 

nello spazio lontano che il tempo 

registra come assenza.

Anche se sapessi cavalcare l’oceano e provare 

una pietà sdrucita 

per i granelli che si strozzano 

dentro la clessidra o per quelli che vibrano 

tra gli spazi delle tue suole

per tutti gli accumuli di battiti 

che chiamerete storia sento 

che pietà maggiore 

devo concedere a me stessa

ogni qual volta lo stupore dei miei occhi 

ti cerca 

nella scia di un aereo in volo 

o le mie labbra ti reclamano a casa.

Nemmeno fosse notte 

Vuote le strade

nemmeno fosse notte

anche se il cielo si è tinto del colore

grigio del buio, vuoto il serbatoio

le nuvole svuotate di pioggia a secchiate

sulla terra, vuoti i nidi sopra i pioppi

la carcassa di un gatto fatta brandelli dai corvi.

Vuote le tasche

la chiavetta per il caffè

la fila dei tramezzini di cui uno incastrato in bilico

nel vuoto.

Vuota la pelle dalle carezze,

vuoti gli occhi, il sorriso, il  mio corpo vuoto

dalla desiderata impronta del tuo.

Vuota ogni cosa da un po’,

vuota da quando alla parola “Tu”

non so fare altro che abbinare il tuo volto.

Ogni fremito ricomposto 

Ho trovato anche oggi la cassetta della posta intasata:

un pieghevole dell’Iper

due buste di promozioni postali 

una bolletta.

Niente da parte tua.

Il telefono ha squillato solo una volta.

Non eri tu.

Sono stata la prima 

a ritirare il bidone dell’umido in strada

un record di cui mi vanterò per giorni 

col vicinato. 

Ho poi ricomposto ogni fremito

di questi giorni che si muovono su bava di lumaca.

La dimenticanza vuole un tempo lento

per buttare via bene ogni cosa:

le parole nel vetro

tutte le intenzioni e i gesti nella carta straccia

i sospiri, i sogni, gli occhi, i baci che marciscano 

nell’umido. 

E l’amore…

l’amore alle ortiche.

 

Nel male delle mie domande

Se mi sporgo al bordo 

del precipizio non muta 

la misura della sua profondità 

come non muta la nostra distanza 

se continuo a pensarti.

Non sei sicuro di saper far rinunce

mi hai detto.

E  allora perché hai rinunciato 

così facilmente 

a me?

Inverno

Se devo lasciarti andare come l’albero la foglia

invidio la terra

che ti accoglie ignara del dolore acuto del distacco.

La mia rinuncia a te fa un tonfo sordo.

Tremo dentro.

Non doveva essere già qui il mio inverno!

Dovevo ancora farci felici.

La prospettiva della foglia

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Non c’è più ode all’usignolo

la rondine ha perso il suo garrito, andata

rasente il sasso e ad ogni sasso

ha affidato una piuma di calamaio imperfetta

al racconto del mattino.

Il vento ha smesso di ondeggiare le chiome

arrese alla fissità dell’attimo tra lo squillo

e una voce al di là del filo, alla distanza

orizzontale della goccia all’altra goccia, alle pieghe

della maglia che si arrende al tuo corpo.

Non so quale nostalgia mi agguanta lo spirito

adesso e lo sbatte come polpo sugli scogli

ma vorrei solo l’abbandono a una carezza

prima che la foglia tocchi terra e tutto ricominci a

respirare.

 

 

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