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Cosa si cela dietro “Il Signore degli Anelli”? parte III

Cosa si cela dietro “Il Signore degli Anelli”? parte III.

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Il labirinto e l’architettura passando per la cinematografia

Nel precedente post abbiamo accennato ai labirinti nel campo della cinematografia. Vediamo alcuni esempi importanti  per la nostra indagine. Come non citare Shining di Staney Kubrick del 1980 o Labyrint di Jim Hanson con David Bowie e Jennifer Connelly e Il nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud entrambi del 1986. E volendo ognuno di voi è in grado sicuramente di trovarne altri 3 in cui è presente l’idea del labirinto nella trama o nella struttura scenografica.

Molto spesso vengono messi in pratica degli espedienti per mostrare gli spazi in modo parziale, per frammenti, evitando inquadrature ampie, oppure utilizzando inquadrature dal basso, inclinate o in soggettiva. Il risultato contribuisce a disorientare lo spettatore che non è più in grado di controllare le scene e crea dentro la sua mente delle sensazioni di perdita dell’orientamento, tipiche dei labirinti. Ancora più incisivi sono i film in cui questa idea è rafforzata anche da una scenografia a labirinto.

Citavamo Shining. In questo film il protagonista Jack Nicholson conduce la famiglia in auto lungo una serie di tornanti che scandiscono l’avvicinamento all’Overlook Hotel, che si rivelerà il vero dedalo, anche più infido del labirinto vegetale ad esso contiguo.

Il senso di disorientamento indotto nello spettatore è ancora più accentuato dalla totale assenza di vedute dell’esterno attraverso le finestre e della costante presenza della luce artificiale, che fa perdere i riferimenti temporali. L’epilogo della vicenda avviene nel labirinto vegetale, in cui si rifugia il bambino per scappare dal padre e come sottolinea lo stesso regista “il labirinto simboleggia la salvezza del bambino innocente ed inconsciamente sapiente e la perdizione per l’uomo che nella sua hybris ha perso il senno”. 

Nel film Labyrint, e il nome già parla chiaro, il labirinto è una metafora fantasy delle iniziazioni in società e del passaggio dalla pubertà all’adolescenza. Le ambientazioni rappresentano alcune delle più interessanti ricerche visive sul tema, con più di un omaggio ai mondi di Escher.

M. C. escher, La casa delle scale, 1951

Anche il contemporaneo film tratto dall’omonimo libro di Umberto Eco, Il nome della Rosa, sembra aver preso spunto da Escher od essere ambientato in uno dei quadri di Piranesi. Eco aveva previsto una biblioteca segreta posta al piano più alto dell’edificio, all’interno di un labirinto, ponendosi il problema sul quale dovesse esserne il tracciato: “se il labirinto fosse stato troppo complicato, con molti corridoi e sale interne, sarebbe mancata l’aerazione sufficiente. E una buona aerazione era necessaria per alimentare l’incendio” (da U. Eco, Postille a Il nome della Rosa. Il percorso corretto doveva essere svelato attraverso una chiave che, come il filo di Arianna, conduceva alla meta. Egli dunque optò per uno schema geometrico a cinque centri che, nella trasposizione cinematografica, si trasformò in uno schema tridimensionale molto più complicato, in cui le basse porte delle celle si aprivano su rampe di scale che salivano e scendevano, collegando le celle tra loro senza permettere una visibilità frontale tra esse, ma solo scorci obliqui. La successione verticale delle celle, nonché la duplicazione delle scale aumentavano l’effetto labirintico dell’insieme.

M. C. Escher, Relativity

Il nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud, 1986

Giovan battista Piranesi, Il ponte levatoio, Le carceri

Come abbiamo potuto constatare, il labirinto con la sua immagine o la sua idea, è già largamente presente nel nostro immaginario collettivo. Ma se vogliamo circoscrivere il tema…

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