Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Chiassoso

C’è un che di chiassoso
nelle case abbandonate:
la plastica ingiallita di due o tre sedie
custodi di voci stanche di sottane
appena alzate sulla fatica dei menischi
i brandelli di pantaloni stesi a chissà quale età del sole
qualche spellacchiata tenda appuntata al cielo
con la pazienza addormentata dei ganci
un battente dischiuso
il buio di dentro nero di superstizione
il sudore perduto dell’orto
la goduria del topo
l’egoismo dell’edera
l’erba alta sulla staccionata di tronchi trafitti
dall’impietoso dovere del chiodo.
È l’abbandono al perdurare eterno della vita
che si riapproria della materia
senza la nostra materia
dei rumori senza il nostro rumore
del tempo senza il nostro tempo.
Siamo attori illusi
spettatori invece, puntini effimeri
nei brevi istanti del nostro vivere.

Mondo intimo

Sono nata al di qua della barriera dove si infrangono le nuvole
e piove, porto nei miei occhi la lucidità delle gocce
e nella bocca l’eco dei prati e il sapore del legno
che mio padre ammaestrava con otto dita e mezza.
L’odore di segatura ha riempito il mio e il suo petto
e la conoscenza dell’orizzonte fino alle case di fronte
l’est dei campi di pannocchie e il sud dei boschi
erano il mio mondo. Aveva la dimensione
del familiare, Maniago
un angolo giro di bancarelle intorno alla piazza, un pedalare
di arzille gambe anziane, era mia nonna
con la sua temeraria forza di scavalcare la finestra
per bagnare i gerani, era la Libera
alchimista di pozioni al limone
e tutto sapeva di brusio buono da dietro gli spifferi delle porte
di mani odorose di orti, di insalata di casa prima di Chernobyl.
Era il piccolo mondo dopo il tremore, la ricostruzione
di macerie sbriciolate in angoli bui per ricominciare
e il lavoro ciò che rimaneva di un’alleanza tra simili
che parlava un dialetto di mescola di cui nessuno ormai fa più caso.
E’ un peccato, ma non ricordo di allora i ciottoli bianchi,
solo l’acqua gelata del torrente scuro e verde
dove non si scorgeva il fondo e il frastuono delle voci di rimando
sono adesso quello che non fa più presente
quel che presente era.
Un gatto gironzolava sempre tra le mie gambe
e nella chiusa delle mie spalle come dighe
sapevo trattenere il singhiozzo delle ombre
e sigillarlo a doppia mandata nello spazio tra la chiave e la toppa
consegnandolo all’oblio. Adesso che qui
le nostre distanze sono dilatate come rughe
sui nostri volti e il mio parlarti ha perso la partita col tempo
sono fatti ancora della stessa acqua del cielo di Maniago
i miei occhi e le ombre hanno trovato come insinuarsi
tra le fessure della pazienza e scappare.

2- Terra

Le superfici si sono fatte secche
solchi, crepe disegnano i miei contorni
frattali.
È un abbandono alle tenebre
uno sguardo all’abisso e alle sue profondità
ove v’è solo il barlume del ricordo
non più occhi per vedere.
La mia materia si annerisce
putrida e muore
sotto il peso di altri affanni.
Sembra lo sfacelo
la fine.
E invece poi tu hai nelle mani
il dono di rivoltarmi
rimescolarmi le viscere
esporre alla luce esuberante
la faccia nera delle mie zolle.
E ridai sostanza all’intima mia natura
mi trasformi in valle
fertile e rigogliosa.

E mi fai grembo al tuo seme.
Ogni cosa rifiorisce
e tutto vive.

1- Fuoco

image

Un doveroso grazie a Max de “Il ricordo perduto” che ha giocosamente suggerito l’inserimento di un’immagine e gentilmente concesso che io gli fregassi senza sforzo la sua 😀

Starebbero i corpi in un calore ardente
nell’abbraccio liquido
delle viscere dentro i nostri ventri
e lava rossa la lingua
insinuante nei profondi solchi
nelle tue superfici irte e nei miei avvallamenti.
Una sola danza come sensibili fiamme
nuove levigate terre vive
da scrutare sotto le nostre dita
e luci avvampanti ai nostri occhi.
E poi improvvisi scoppi
dirompenti fragori
e tremori ribollenti.
Vulcani
potremmo essere io e te
che si addormentano
lentamente.

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bambino tra i rifiuti

Vieni a guardare la neve

Vieni

a guardare la neve che scende,

piano.

Cade obliqua

grattugiata dal cielo pallido

mentre spostiamo un po’ le tende

e ripuliamo con mani frenetiche i vetri appannati.

Appoggiati qui,

appena dietro di me

e avvolgimi con le tue braccia

in una chiusa di stupore

mentre guardiamo con occhi freschi lassù e dopo

proprio lì in fondo,

la strada sporcata dalla frenesia dell’andare.

Dai, contiamoli i fiocchi come bimbi

e ridiamo increduli per la gioia di questo candore

c’è il crepitio del fuoco

è tutto perfetto

o forse è il nostro millimetrico sfiorarci

che fa tutto questo immenso effetto.

Vieni a guardare la neve che imbianca

le brutture delle agenzie interinali e delle banche

indifferente alle luci agli ombrelli e al mio amare.

Lei conosce la pazienza del silenzio

io conosco quella dell’attesa.

Aspetterò che mi dici che

vieni a guardare la neve che cade.

 

 

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