Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivio per la categoria “Luoghi”

Click

La signora Mavilla

cambiava le mille lire con i gettoni

del telefono e la cabina

si trasformava in sauna

per il tempo delle rassicurazioni.

Poi si usciva dalla sua botteguccia nera

-come il suo eterno lutto- con l’odore

di gelati confezionati

seggiole di paglia e parlata stretta

e si imboccava la strada per il mare

in gara per la consumazione degli zoccoli di legno

asciugamano in spalla

gli occhi stretti a scrutare la distanza dalla riva.

Da allora credo che in me

ci sia sempre stata

l’impossibilità di cancellare

quei piccoli minutissimi rottami di echi

le voci, i chilometri quadrati di fruscii

i rumori o la nota di silenzio della cornetta

tenuta in aria prima di atterrare

con un click.

“A presto.”

Annunci

Sconosciuti

Abbiamo vissuto nello stesso attimo

l’arresto del fiato

la distrazione dello sguardo

mentre qualcuno aspettava alla cassa

le tue mani che rovistavano senza trovare.

Poi un arrivederci

un piede davanti all’altro.

Non eri mio

sulla linea della soglia:

il mondo ti aveva già divorato.

Dentro un quadro di Rothko

Noi siamo nati dentro un quadro di Rothko

con la sua ordinata scansione di colori

di strisce orizzontali di cieli e campi magri

di grano e di soia

di cimici

che ci volano addosso.

E giocavamo un tempo

a nascondino tra i filari di mais

e le vipere ad acchiapparello con i nostri piedi.

Io mi ero smarrita nei tuoi occhi sulla strada davanti a casa tua

con le villette che stavano abbracciate

a tenersi al caldo e tu

a parlare con i tuoi amici e io

e la mia bici che passavamo.

E il colore del tuo incarnato che si accordava

al pallore dei nostri inverni

i tuoi occhi furbi che sfuggivano prima

di essere sorpresi e le tue mani tra i capelli

il tuo andare spedito e il tuo aspettare le ore

stanche dell’estate che avanzava.

E l’inquietudine nelle tue scarpe

la camicia di flanella sopra la t-shirt

lo zaino in spalla e l’ambizione dei tuoi desideri

la pioggia che non dà tregua ora ai tuoi giorni

e il fango e il colore accesso delle colline.

E anche tu a fotografar pozzanghere

e le immagini tremolanti riflesse nei vetri

che si credono specchi.

E io non so mai quando fai ritorno

e mi sembra di vederti ad aspettare le ore passare.

Ma è solo fame o stanchezza

la sensazione che questo quadro sia un miscuglio

confuso di colori

di ricordi.

Promesse di cose grandi

Quanto fascino c’era

in quella cascina abbandonata in mezzo al bosco

dove andavamo a misurare le assi

per riportarle in bella copia scala 1 a 20.

Le persiane divelte in bilico verso l’edera

che saliva su dal giardino e le foto sbiadite

appiccicate all’intonaco che veniva via in pezzi

insieme alla memoria arresa al tempo.

Chissà lì dentro chi ha dato voce a favole di guerra

e a incubi di pace senza pane. Chissà

se qualche fiato caldo

ha riscaldato un altro corpo nel cuore della notte

e se lo stesso corpo si è fatto poi chioccia

o fredda armatura.

E quali fantasmi ballano adesso sulle rimanenze

di un pasto offerto alle termiti e

se ancora la ginestra spinge i suoi rami verso il cielo

da quando noi abbiamo perso l’abitudine

di guardare in alto a bocca aperta

e dirci che faremo cose grandi.

Chiassoso

C’è un che di chiassoso
nelle case abbandonate:
la plastica ingiallita di due o tre sedie
custodi di voci stanche di sottane
appena alzate sulla fatica dei menischi
i brandelli di pantaloni stesi a chissà quale età del sole
qualche spellacchiata tenda appuntata al cielo
con la pazienza addormentata dei ganci
un battente dischiuso
il buio di dentro nero di superstizione
il sudore perduto dell’orto
la goduria del topo
l’egoismo dell’edera
l’erba alta sulla staccionata di tronchi trafitti
dall’impietoso dovere del chiodo.
È l’abbandono al perdurare eterno della vita
che si riapproria della materia
senza la nostra materia
dei rumori senza il nostro rumore
del tempo senza il nostro tempo.
Siamo attori illusi
spettatori invece, puntini effimeri
nei brevi istanti del nostro vivere.

Mondo intimo

Sono nata al di qua della barriera dove si infrangono le nuvole
e piove, porto nei miei occhi la lucidità delle gocce
e nella bocca l’eco dei prati e il sapore del legno
che mio padre ammaestrava con otto dita e mezza.
L’odore di segatura ha riempito il mio e il suo petto
e la conoscenza dell’orizzonte fino alle case di fronte
l’est dei campi di pannocchie e il sud dei boschi
erano il mio mondo. Aveva la dimensione
del familiare, Maniago
un angolo giro di bancarelle intorno alla piazza, un pedalare
di arzille gambe anziane, era mia nonna
con la sua temeraria forza di scavalcare la finestra
per bagnare i gerani, era la Libera
alchimista di pozioni al limone
e tutto sapeva di brusio buono da dietro gli spifferi delle porte
di mani odorose di orti, di insalata di casa prima di Chernobyl.
Era il piccolo mondo dopo il tremore, la ricostruzione
di macerie sbriciolate in angoli bui per ricominciare
e il lavoro ciò che rimaneva di un’alleanza tra simili
che parlava un dialetto di mescola di cui nessuno ormai fa più caso.
E’ un peccato, ma non ricordo di allora i ciottoli bianchi,
solo l’acqua gelata del torrente scuro e verde
dove non si scorgeva il fondo e il frastuono delle voci di rimando
sono adesso quello che non fa più presente
quel che presente era.
Un gatto gironzolava sempre tra le mie gambe
e nella chiusa delle mie spalle come dighe
sapevo trattenere il singhiozzo delle ombre
e sigillarlo a doppia mandata nello spazio tra la chiave e la toppa
consegnandolo all’oblio. Adesso che qui
le nostre distanze sono dilatate come rughe
sui nostri volti e il mio parlarti ha perso la partita col tempo
sono fatti ancora della stessa acqua del cielo di Maniago
i miei occhi e le ombre hanno trovato come insinuarsi
tra le fessure della pazienza e scappare.

Terra straniera

image

Sei come un paese lontano.
Potessi venire da te come una straniera
varcherei le tue frontiere di filo spinato
per conoscere i tuoi confini.
Proverei ad imparare i tuoi linguaggi
a camminare nei tuoi luoghi conosciuti
e ad addentrarmi in quelli nascosti
nei sentieri segreti invasi da rovi ed
edera stretta addosso
a qualche tua rovina.
E non mi stancherei di esplorare
e vagare e perdermi e poi ritrovarmi
parlare di te a tutti quelli che incontro
delle tue meraviglie e dei tuoi deserti.
E amerei le tue contraddizioni
il traffico del tuo presente
restaurato dentro le pieghe
delle tue lande passate.
E ti chiederei solo il tempo
altro tempo
un’ora un mese
una vita intera
il rifugio e la cittadinanza
nonostante talvolta il tuo cielo
sia avvolto di gelo
un clima misterioso
sospeso come prima del tuono.
E abiterei in te
come cosa abituale
come non ci fosse altro luogo
dove voler restare.

Settembre

La patina scura della notte
si è scrostata come pane cotto
sulla tovaglia del giorno pallido
e un cane randagio lecca
le prime briciole delle ore.
Il sole prova ad ingiallire l’aria
dietro le nuvole appallottolate del nostro scarabocchio di cielo
ma brucia solamente la sua sconfitta
al passaggio del vento.
È settembre
e già si sente che qualcosa cambia
nel tempo fragile delle false partenze
o dei veri epiloghi
e lascia in bocca il sapore dell’incertezza
bianco come un fantasma
ma dalla consistenza del cemento rappreso
avvinghiato ai tuoi piedi.
Che pensiero…
È colpa della mancanza del mare
o forse perché oggi l’hanno messo qui
a sgocciolare tutto in verticale.

Rumori

Alice aveva sentito dei rumori provenire dalla cucina. Era assonnata e l’ultima cosa che voleva era tirarsi su dal letto ad ispezionare la casa. In fondo abitava in un paese tranquillo e il suo appartamento affacciava su una delle vie principali del centro storico, luogo troppo in vista per far accadere qualsiasi cosa.
La sveglia sul comodino segnava le 2:34. Solo mossa da un senso di responsabilità, buttò giù le gambe stanche, le infilò nelle infradito e ciabattando ad occhi socchiusi si avviò per il lungo corridoio che portava nel soggiorno, lanciando un’occhiata alla camera dove le bambine dormivano pienamente. Sembrava apparentemente tutto tranquillo. Entrò in cucina e si avviò verso il lavello a luci spente. La cascata dell’acqua dal rubinetto dentro al bicchiere la svegliò completamente. La sua gola mandò giù ampie sorsate con rumori sordi. Sembrava che il sonno del vicinato dipendesse dalla sua abilità di deglutire in maniera silenziosa , anche se non ne era capace, e in quello spazio di mattonelle tra il tavolo e il lavello tutto sembrava amplificato.
Chi se ne frega – pensò.
Posò il bicchiere, si avviò a letto e solo dopo aver varcato la soglia tra la cucina e il soggiorno si accorse che la mascherina dell’accensione delle luci era sradicata dal muro e i fili penzolavano scomposti. Un fremito le corse lungo la spina dorsale, quando vide che tutte le prese sembravano degli impiccati sospesi nel vuoto. Provò ad accendere le luci lo stesso, in un gesto disperato di non voler comprendere la realtà, ma niente, i fili erano recisi e rischiò solo di prendere la scossa. Scrutò immobile l’oscurità immobile. Un silenzio ora avvolgeva la stanza. Nessun movimento. Tutta la sensazione nebulosa della violazione. Chi poteva essere stato? Perché? Dov’era adesso? La stava guardando di nascosto? Il pensiero corse alle bambine ma le gambe erano ferme, la costringevano ad essere inchiodata a guardare una scena surreale. Gli occhi vigili, invece, tentavano di trovare l’anomalia, la matassa del filo aggrovigliato. Eppure l’anomalia c’era, quel qualcosa che non era lì qualche ora prima e che stonava in mezzo al tappeto. Non un gioco, sembrava piuttosto il corpo di un animale, che la luce esterna deformava e trasformava un po’. Scorgeva appena un muso allungato e più su due piccole orecchie. Solo quello, niente corpo. Il sapore del vomito le salí in gola, ma decide di rimandarlo giù per non gridare. Doveva reagire. Scrolló la testa, aveva il fiato corto, chiuse gli occhi per concentrarsi, per cercare di muovere velocemente le gambe.
Si svegliò sudata con le gambe in corsa che avevano calciato e appallottolato le lenzuola ai bordi del letto. Quando realizzò che stava solo sognando rallentó le gambe, controlló il respiro e si calmó, anche se non del tutto. Erano le 2:34. Doveva alzarsi, bere qualcosa, ma il solo pensiero di andare di là la faceva tremare. Vinse la paura, si alzò, passò prima dal bagno poi si diresse velocemente in cucina, buttando un occhio nella stanza delle bambine che dormivano profondamente. Entrò in cucina a luci spente, aprì il fracasso dell’acqua che la svegliò, bevve e si avviò di nuovo verso la camera da letto, passando dal soggiorno. C’era qualcosa di strano al centro del tappeto che decise di controllare meglio al mattino. Ignoró le prese della luce e i brividi lungo la schiena. Le luci dell’alba avrebbero riportato tutto alle giuste dimensioni.

Naca

Era una strada lunga
sotto il sole
quella per il mare
gli zoccoli di legno a sbattere l’asfalto
a gara a chi li consumava di più.
Un sottopasso maleodorante
con sabbia e erba secca
la littorina che passava a ore alterne
noi a driblare i ricordi delle fiumare
a fila indiana
un lavandino rotto a destra
sdraio accartocciate sulla sinistra
installazioni futuristiche
di contemporaneità non comprese.
Avevo costumi contesi da altri corpi
occhi e sogni grandi
la fretta del faro di illuminare le rotte
la sete della sabbia sottopelle.
E gli occhi rossi senza occhiali
per scrutare i fondali
cronometri ai polmoni
il riposo dell’ape sulla carne viva
la pazienza delle ore
che si consumano.
L’ipnotico richiamo delle onde
come naca
per la mia nostalgia latente.

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: