Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Ogni fremito ricomposto 

Ho trovato anche oggi la cassetta della posta intasata:

un pieghevole dell’Iper

due buste di promozioni postali 

una bolletta.

Niente da parte tua.

Il telefono ha squillato solo una volta.

Non eri tu.

Sono stata la prima 

a ritirare il bidone dell’umido in strada

un record di cui mi vanterò per giorni 

col vicinato. 

Ho poi ricomposto ogni fremito

di questi giorni che si muovono su bava di lumaca.

La dimenticanza vuole un tempo lento

per buttare via bene ogni cosa:

le parole nel vetro

tutte le intenzioni e i gesti nella carta straccia

i sospiri, i sogni, gli occhi, i baci che marciscano 

nell’umido. 

E l’amore…

l’amore alle ortiche.

 

Tutti i tuoi pieni

Il mio occhio è umano

sensibile alla linea non dritta

alla curva discontinua

al semplice che matura nel complesso

– dal seme al pane –

agli angoli non retti della tua bocca appena dischiusa.

E’ l’impercettibile onda del tuo mento che si alza

che coglie

iI segmento riconoscibile delle tue spalle che ferma lo spazio

e lo ridefinisce

la densità dei sorrisi che colora la materia che ridenti

sembrano anche tutte le molecole dell’aria che ti fa contorno.

E la tua forma non si riduce all’esterno di un corpo

ma è fatta della mancanza che sento di tutti i tuoi pieni.

 

Di un giorno qualunque


Bisogna sciogliere i nodi intrappolati

tra i denti,  il silenzio lungo un’attesa

accecante di nulla.

E’ come mai accaduta la notte

di un giorno qualunque

le tue labbra cercate nei cassetti  di tutti i perché.

E lo so che a rileggerle nel presente  le parole passate

sembrano poggianti sugli orli sfilacciati

di un vento esasperato.

E forse lo sono state davvero

vento, del tutto flebile

andato e perduto che avrà almeno tentato

di spettinarti nella fugacità di un momento.

E anch’io con loro.

Sopravvivenza

Ti racconto come si fa a sopravvivere al dolore

ai figli portati in grembo, fatti carne

strappati dalle viscere per donarli 

svogliatamente alla terra

che li ha sommersi di pietre e marmo 

un sigillo per non scappare via.

Come si sopravvive sí 

anche alle mani che sollevano

alla bocca bugiarda, violenta, infame 

allo sguardo tremendo 

a tutto quello che faceva una promessa di morte,

l’amore. 

Come poi al laccio del volo libero 

colmo di speranze e alle mancanze 

al cuore messo a riposo 

alla vita racchiusa in un foglio 

stretto dentro le mani chiuse ché chiusa 

era anche la mano che lo ha scritto.

Si sopravvive allo strappo

con il coraggio dai denti serrati

il nodo in gola

e gli occhi puntati su altri occhi a sostenere la rabbia.

Sopravvive ancora solo un po’ di paura.

 

Chiassoso

C’è un che di chiassoso
nelle case abbandonate:
la plastica ingiallita di due o tre sedie
custodi di voci stanche di sottane
appena alzate sulla fatica dei menischi
i brandelli di pantaloni stesi a chissà quale età del sole
qualche spellacchiata tenda appuntata al cielo
con la pazienza addormentata dei ganci
un battente dischiuso
il buio di dentro nero di superstizione
il sudore perduto dell’orto
la goduria del topo
l’egoismo dell’edera
l’erba alta sulla staccionata di tronchi trafitti
dall’impietoso dovere del chiodo.
È l’abbandono al perdurare eterno della vita
che si riapproria della materia
senza la nostra materia
dei rumori senza il nostro rumore
del tempo senza il nostro tempo.
Siamo attori illusi
spettatori invece, puntini effimeri
nei brevi istanti del nostro vivere.

Mai via

Cosa sei alla fine?
L’immagine sotto le palpebre
un ghirigori tracciato sulla colonna vertebrale
la traiettoria barcollante delle mie gambe
come i matti, gli ubriachi
tutti gli odori del passato
di quelli presenti che riportano indietro
e i futuri che vorrei sentire come primavera
il sapore della neve d’inverno
il fiato trattenuto sopra una scogliera
e quello dentro l’acqua
quando dopo il fondo si risale
le parole che rimbalzano nell’auto
di tutti i miei discorsi immaginari
tutte le frasi da dire
dette, da cancellare e da ridire
tutto ciò che non sono più in grado di mettere in versi
le lacrime ricacciate nei condotti dei miei occhi
e i miei occhi nei sorrisi mentre ti penso.
E poi cosa?
Il buio che mi fa visita di giorno
il taglio della luce che abbaglia la notte
il pulviscolo in trasparenza
il mio cielo burrascoso
la tormenta, lo scompiglio, il turbine
il minuto appena dopo il temporale
il tramonto lungo dietro le montagne
le montagne, il fiume, la valle
le pieghe dell’acqua tra i sassi
lo scorrere, il rincorrere, il fermarsi.
La mancanza raggomitolata a tutti i secondi
la speranza racchiusa in poche ore
e poi sconfitta e la sconfitta
a prescindere dalla speranza.
Tutto quello che siede al centro della mia anima 
che cambia posizione
paziente
ti aspetta ancora
senza l’intenzione facile di andare via.

Mondo intimo

Sono nata al di qua della barriera dove si infrangono le nuvole
e piove, porto nei miei occhi la lucidità delle gocce
e nella bocca l’eco dei prati e il sapore del legno
che mio padre ammaestrava con otto dita e mezza.
L’odore di segatura ha riempito il mio e il suo petto
e la conoscenza dell’orizzonte fino alle case di fronte
l’est dei campi di pannocchie e il sud dei boschi
erano il mio mondo. Aveva la dimensione
del familiare, Maniago
un angolo giro di bancarelle intorno alla piazza, un pedalare
di arzille gambe anziane, era mia nonna
con la sua temeraria forza di scavalcare la finestra
per bagnare i gerani, era la Libera
alchimista di pozioni al limone
e tutto sapeva di brusio buono da dietro gli spifferi delle porte
di mani odorose di orti, di insalata di casa prima di Chernobyl.
Era il piccolo mondo dopo il tremore, la ricostruzione
di macerie sbriciolate in angoli bui per ricominciare
e il lavoro ciò che rimaneva di un’alleanza tra simili
che parlava un dialetto di mescola di cui nessuno ormai fa più caso.
E’ un peccato, ma non ricordo di allora i ciottoli bianchi,
solo l’acqua gelata del torrente scuro e verde
dove non si scorgeva il fondo e il frastuono delle voci di rimando
sono adesso quello che non fa più presente
quel che presente era.
Un gatto gironzolava sempre tra le mie gambe
e nella chiusa delle mie spalle come dighe
sapevo trattenere il singhiozzo delle ombre
e sigillarlo a doppia mandata nello spazio tra la chiave e la toppa
consegnandolo all’oblio. Adesso che qui
le nostre distanze sono dilatate come rughe
sui nostri volti e il mio parlarti ha perso la partita col tempo
sono fatti ancora della stessa acqua del cielo di Maniago
i miei occhi e le ombre hanno trovato come insinuarsi
tra le fessure della pazienza e scappare.

Diaframma

Sento il respiro del mattino
il rimbombo dei passi del risveglio
come impronte nel deserto
dove tutto ha ancora il rumore di una verità taciuta.
E’ solo questione di suoni, la vita
l’eccitazione delle vibrazioni o la loro negazione
il diaframma che si fa singhiozzo o voce
sussulto o decisione
che ci rende porta aperta o sprangata.
Talvolta silenzio.

Ore

E’ un chiedere a Dio la sostanza delle ore
se son fatte di acqua piovana
allineata a gocce oppure di nodi
di lacci, di capelli da sbrigliare,
se hanno la costanza raffinata delle biglie
che ad ogni giro mostrano sempre l’essenza
della loro trasparenza
nonostante l’occhio faccia inganno di colori
e dove risiede il prezzo del dolore
se nel mio piede o nell’orma
e dove la sua ricompensa:
se nel nostro flebile sfiorarci
o nella sua solida assenza.

Molti mondi

E ci sembra alle volte di scegliere davanti a un bivio
una via scartando l’altra.
L’ovvia esclusione per districarsi
la vana illusione di dipanare la vita
con l’uso della mano destra.
Ma l’altra via esiste
di vita propria
– mi hanno insegnato –
secondo la teoria quantistica
chiamata “molti mondi”.
Per quanto ci riguarda
tu in questo mondo hai scelto.
Io non ho avuto scelta
e in ogni caso non sono la tua scelta.
Ma ciò vuol dire soltanto che in un altro mondo
tu mi hai scelto
e sei quello a chiamarmi con l’urgenza
di sentire la mia voce
ché ogni scusa è buona
per sapere quanti occhi si sono appropriati dei miei
negli ottantaseimilaquattrocento secondi
di cui è composta la giornata
notte compresa.
Ma io no che non ti vedo
lì non c’è nessun palpito per la tua risata
né per l’intensità del tuo volto
per quegli occhi incastonati tra sopracigli e zigomi
come diamanti.
Rimango indifferente e forse anche rido
della forte debolezza del tuo sentire.
Ma in un altro mondo ancora
io e te abbiamo scelto
tante scelte prima di esserci scelti.
Finché abbiamo compreso di aver fatto la scelta migliore.
Ci scriviamo con impazienza
ci sentiamo con urgenza
ridiamo con sorprendente complicità
non degli altri
non di noi
ma di tutte quelle scelte che in altri mondi
non ci hanno fatto scegliere.
E ci amiamo questo è ovvio
con delicatezza e poi
con irruenza e in tutti i possibili modi
secondo la regola della mano destra.

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