Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivio per la categoria “Racconti”

La casa si è svuotata di tutti i mobili 

le cianfrusaglie accumulate da una vita

dicono che l’essenziale 

in fondo sta comodo in un solo scatolone 

il prezioso dentro il palmo di una mano 

mentre due o tre impalpabili ricordi 

intasano il cuore.

Vedo i tuoi occhi riempiti di pianto 

un barlume di nostalgia,

dici che questo vuoto ti ricorda l’inizio 

di quando abbiamo fatto l’amore in quell’angolo lì 

dove c’era ancora un noi.

Io preferisco non ricordare

il dolore che ho dovuto trattenere 

tra la solitudine delle mie spalle.

Autoscontri

Ti ricordo nello spiazzo di fronte la chiesa

dove l’uomo degli autoscontri contava 

i suoi gettoni

i guanti tagliati alle dita e la musica

a far sanguinare le orecchie.

Erano i Novanta della Salerno

i capelli cotonati in ciuffi enormi

qualche rossetto sgargiante

fuori da messa

tu in piedi sulla pedana d’acciaio

le mani in tasca e la voce muta da mitile,

un giubbotto blu di jeans.

Ti ricordo anche da sopra la rampa 

quando pensavo che il tuo sguardo 

mi facesse capolino tra il muro e la ringhiera 

e la tua schiena aveva ceduto il posto 

lentamente alla tua bocca scorta di sfuggita

mentre i miei occhi cadevano a terra.

Nella mia memoria

ogni gesto è mandato sempre a rallentatore 

una messa in pausa,

un fotogramma di piacere 

due di malinconia.

Ho atteso per anni il colpo di scena

tu che abbracciandomi scrivevi di noi

un copione migliore.

 

Nemmeno fosse notte 

Vuote le strade

nemmeno fosse notte

anche se il cielo si è tinto del colore

grigio del buio, vuoto il serbatoio

le nuvole svuotate di pioggia a secchiate

sulla terra, vuoti i nidi sopra i pioppi

la carcassa di un gatto fatta brandelli dai corvi.

Vuote le tasche

la chiavetta per il caffè

la fila dei tramezzini di cui uno incastrato in bilico

nel vuoto.

Vuota la pelle dalle carezze,

vuoti gli occhi, il sorriso, il  mio corpo vuoto

dalla desiderata impronta del tuo.

Vuota ogni cosa da un po’,

vuota da quando alla parola “Tu”

non so fare altro che abbinare il tuo volto.

Ogni fremito ricomposto 

Ho trovato anche oggi la cassetta della posta intasata:

un pieghevole dell’Iper

due buste di promozioni postali 

una bolletta.

Niente da parte tua.

Il telefono ha squillato solo una volta.

Non eri tu.

Sono stata la prima 

a ritirare il bidone dell’umido in strada

un record di cui mi vanterò per giorni 

col vicinato. 

Ho poi ricomposto ogni fremito

di questi giorni che si muovono su bava di lumaca.

La dimenticanza vuole un tempo lento

per buttare via bene ogni cosa:

le parole nel vetro

tutte le intenzioni e i gesti nella carta straccia

i sospiri, i sogni, gli occhi, i baci che marciscano 

nell’umido. 

E l’amore…

l’amore alle ortiche.

 

L’ultima ora del mondo

Dalla cornice della finestra

irrompono lingue attorcigliate come Babele e non c’è viso

a cui si possa affidare un battito di ciglia, un tremore,

qualche pena, il ronzio dell’ape che fa nido

tra l’aria della stanza e la fermezza del cielo di fronte.

Ferma anch’io immobile

col tuo numero accartocciato tra le dita

e il peso dei tuoi occhi nelle crepe dei ricordi

a maledire ogni patetico e fallito pensiero che di te ancora

mi affama il cuore

ché se fosse l’ultima ora del mondo

vorrei solo poter chiudere gli occhi e sentire il tuo odore

tra la pelle e un estremo respiro profondo.

Poi niente.

 

 

Ripetitivo 

Le finestre sono bocche aperte 

che sottraggono il respiro alle ore calme 

nessun rumore smuove l’aria 

e una pace inchioda i sassi tra terra e sole.

Ho perso il coraggio di chiamarti con le parole. 

Ti cerco in tutti gli altri impossibili modi.

Sopravvivenza

Ti racconto come si fa a sopravvivere al dolore

ai figli portati in grembo, fatti carne

strappati dalle viscere per donarli 

svogliatamente alla terra

che li ha sommersi di pietre e marmo 

un sigillo per non scappare via.

Come si sopravvive sí 

anche alle mani che sollevano

alla bocca bugiarda, violenta, infame 

allo sguardo tremendo 

a tutto quello che faceva una promessa di morte,

l’amore. 

Come poi al laccio del volo libero 

colmo di speranze e alle mancanze 

al cuore messo a riposo 

alla vita racchiusa in un foglio 

stretto dentro le mani chiuse ché chiusa 

era anche la mano che lo ha scritto.

Si sopravvive allo strappo

con il coraggio dai denti serrati

il nodo in gola

e gli occhi puntati su altri occhi a sostenere la rabbia.

Sopravvive ancora solo un po’ di paura.

 

Un tuono di notte

Un tuono sordo di notte
un tremore di vetri
un sussulto nei metri quadri della mia pelle
e in qualche grammo di pensiero.
Il letto si è fatto barca nel cambio di fianco
sgranchendo le sue assi sotto il mio scheletro
e il sonno ha patito
lo scricchiolio del legno e il ticchettio della pioggia.
Ti ho pensato nell’intervallo tra la nervatura e il silenzio
tra una goccia e un’altra goccia
in tutto il tempo
in cui il vento ha spostato l’amalgama del cielo.
In realtà anche nel prima e nel dopo
ti ho pensato.

Chiassoso

C’è un che di chiassoso
nelle case abbandonate:
la plastica ingiallita di due o tre sedie
custodi di voci stanche di sottane
appena alzate sulla fatica dei menischi
i brandelli di pantaloni stesi a chissà quale età del sole
qualche spellacchiata tenda appuntata al cielo
con la pazienza addormentata dei ganci
un battente dischiuso
il buio di dentro nero di superstizione
il sudore perduto dell’orto
la goduria del topo
l’egoismo dell’edera
l’erba alta sulla staccionata di tronchi trafitti
dall’impietoso dovere del chiodo.
È l’abbandono al perdurare eterno della vita
che si riapproria della materia
senza la nostra materia
dei rumori senza il nostro rumore
del tempo senza il nostro tempo.
Siamo attori illusi
spettatori invece, puntini effimeri
nei brevi istanti del nostro vivere.

Mai via

Cosa sei alla fine?
L’immagine sotto le palpebre
un ghirigori tracciato sulla colonna vertebrale
la traiettoria barcollante delle mie gambe
come i matti, gli ubriachi
tutti gli odori del passato
di quelli presenti che riportano indietro
e i futuri che vorrei sentire come primavera
il sapore della neve d’inverno
il fiato trattenuto sopra una scogliera
e quello dentro l’acqua
quando dopo il fondo si risale
le parole che rimbalzano nell’auto
di tutti i miei discorsi immaginari
tutte le frasi da dire
dette, da cancellare e da ridire
tutto ciò che non sono più in grado di mettere in versi
le lacrime ricacciate nei condotti dei miei occhi
e i miei occhi nei sorrisi mentre ti penso.
E poi cosa?
Il buio che mi fa visita di giorno
il taglio della luce che abbaglia la notte
il pulviscolo in trasparenza
il mio cielo burrascoso
la tormenta, lo scompiglio, il turbine
il minuto appena dopo il temporale
il tramonto lungo dietro le montagne
le montagne, il fiume, la valle
le pieghe dell’acqua tra i sassi
lo scorrere, il rincorrere, il fermarsi.
La mancanza raggomitolata a tutti i secondi
la speranza racchiusa in poche ore
e poi sconfitta e la sconfitta
a prescindere dalla speranza.
Tutto quello che siede al centro della mia anima 
che cambia posizione
paziente
ti aspetta ancora
senza l’intenzione facile di andare via.

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