Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Silenzio

Il circolo che tracci per terra

mentre ti avvicini e poi ti allontani da me

lo scatto repentino del tuo corpo

mentre ti alzi dalla sedia

le tue dita che scrivono attente

la testa chinata

le labbra che si dischiudono nell’atto di parlare

l’incrocio delle braccia al petto.

Mi piacerebbe vedere i tuoi occhi tanto vicino

come da dentro i miei

tenerti un po’ con me.

Anche sfilarti gli occhiali di dosso

farti sentire il peso dell’indice posato sulla tua bocca

e quello di un mio bacio a farti fare silenzio

mi piacerebbe.

Sguardi

Quando ci rivediamo

non guardarmi intera, ti prego

soffermati su di me un pezzo alla volta.

Fissami negli occhi

che stanno imparando a memoria

i tuoi lineamenti

l’apertura sorridente degli angoli

della bocca e fatti vento

tra le mie paure, un girotondo di foglie.

Guardami le labbra

il mio spazio tra le parole tremanti,

timorose, una gola arsa,

un balbettamento segreto

guardala mentre cerca l’ordine

tra i pensieri e quella voce sottile

una premonizione cattiva di nuove sconfitte.

Vai più in giù dopo

stai un po’ su queste mani imperfette

che vorrebbero la tregua sul tuo volto

a contenerlo piano

e dirti che per le mie mani, le labbra e gli occhi

saresti impronta perfetta, attesa premiata

un destino inaspettato

di chi non si è accontentato

della lusinga volubile del tempo.

E poi

e poi se guardassi le mie gambe

che non raggiungono le tue altezze

potresti vederne l’impazienza

di correrti incontro

la voglia matta di stare tra le tue

di gambe a contarci le carezze

ai ginocchi e le orme di un passo

forse due

senza fretta e uno alla volta.

Apnea

Una traccia ipnotizza i miei occhi 

sulla rotta delle tue vene viola in vista

che conduce al mare scuro dei tuoi occhi.

Com’è piacevole stavolta

lasciarmi naufragare. 

Lunario 

Ascolto queste ore divorate d’attesa

e anche oggi  il tentennare cotto delle lamiere

si piega sotto un cielo sfinito 

di sole.

Sarà questa pioggia scrosciante 

o il fatto che devo uscire pur non volendo uscire 

ma mi viene da pensare che ognuno di noi

ha una sua consolazione giornaliera 

come un lunario segreto di battiti 

che si fa sentire tra i pori della pelle 

quando si immaginano mani

che non sono le stesse mani 

se incontrano giuste mani 

e occhi che non sono più gli stessi occhi 

in mezzo a occhi nuovi 

se sono occhi buoni.

Il vento ulula alle finestre.

Parto.

Sono pronta.

Vetro

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Ogni pomeriggio la signora della casa di fronte

spazza nervosamente il cortile

come se venisse giù, nel tempo tra l’alba e le tre e ventisette

la campana di vetro di cielo sereno

e si frantumasse in pioggia.

Ma oggi tutto è rimasto sospeso

solo un sospiro aereo si è catapultato dal mio viso

giù in strada, annoiato

dalla conta delle antenne che soffocano l’orizzonte.

Intanto lo spazio in mezzo a noi si è fatto opaco dalle ditate

nel cercarti in tutti gli spazi del mio lato di città visibile

e forse tu continui a dar tormento al dito

prima di portarlo alla bocca

aperta cauta come le persiane nei giorni afosi

a far di ogni tuo riso la mia boccata d’aria

e i miei pensieri fragranti come pane al sole.

 

La casa si è svuotata di tutti i mobili 

le cianfrusaglie accumulate da una vita

dicono che l’essenziale 

in fondo sta comodo in un solo scatolone 

il prezioso dentro il palmo di una mano 

mentre due o tre impalpabili ricordi 

intasano il cuore.

Vedo i tuoi occhi riempiti di pianto 

un barlume di nostalgia,

dici che questo vuoto ti ricorda l’inizio 

di quando abbiamo fatto l’amore in quell’angolo lì 

dove c’era ancora un noi.

Io preferisco non ricordare

il dolore che ho dovuto trattenere 

tra la solitudine delle mie spalle.

Autoscontri

Ti ricordo nello spiazzo di fronte la chiesa

dove l’uomo degli autoscontri contava 

i suoi gettoni

i guanti tagliati alle dita e la musica

a far sanguinare le orecchie.

Erano i Novanta della Salerno

i capelli cotonati in ciuffi enormi

qualche rossetto sgargiante

fuori da messa

tu in piedi sulla pedana d’acciaio

le mani in tasca e la voce muta da mitile,

un giubbotto blu di jeans.

Ti ricordo anche da sopra la rampa 

quando pensavo che il tuo sguardo 

mi facesse capolino tra il muro e la ringhiera 

e la tua schiena aveva ceduto il posto 

lentamente alla tua bocca scorta di sfuggita

mentre i miei occhi cadevano a terra.

Nella mia memoria

ogni gesto è mandato sempre a rallentatore 

una messa in pausa,

un fotogramma di piacere 

due di malinconia.

Ho atteso per anni il colpo di scena

tu che abbracciandomi scrivevi di noi

un copione migliore.

 

Nemmeno fosse notte 

Vuote le strade

nemmeno fosse notte

anche se il cielo si è tinto del colore

grigio del buio, vuoto il serbatoio

le nuvole svuotate di pioggia a secchiate

sulla terra, vuoti i nidi sopra i pioppi

la carcassa di un gatto fatta brandelli dai corvi.

Vuote le tasche

la chiavetta per il caffè

la fila dei tramezzini di cui uno incastrato in bilico

nel vuoto.

Vuota la pelle dalle carezze,

vuoti gli occhi, il sorriso, il  mio corpo vuoto

dalla desiderata impronta del tuo.

Vuota ogni cosa da un po’,

vuota da quando alla parola “Tu”

non so fare altro che abbinare il tuo volto.

Ogni fremito ricomposto 

Ho trovato anche oggi la cassetta della posta intasata:

un pieghevole dell’Iper

due buste di promozioni postali 

una bolletta.

Niente da parte tua.

Il telefono ha squillato solo una volta.

Non eri tu.

Sono stata la prima 

a ritirare il bidone dell’umido in strada

un record di cui mi vanterò per giorni 

col vicinato. 

Ho poi ricomposto ogni fremito

di questi giorni che si muovono su bava di lumaca.

La dimenticanza vuole un tempo lento

per buttare via bene ogni cosa:

le parole nel vetro

tutte le intenzioni e i gesti nella carta straccia

i sospiri, i sogni, gli occhi, i baci che marciscano 

nell’umido. 

E l’amore…

l’amore alle ortiche.

 

L’ultima ora del mondo

Dalla cornice della finestra

irrompono lingue attorcigliate come Babele e non c’è viso

a cui si possa affidare un battito di ciglia, un tremore,

qualche pena, il ronzio dell’ape che fa nido

tra l’aria della stanza e la fermezza del cielo di fronte.

Ferma anch’io immobile

col tuo numero accartocciato tra le dita

e il peso dei tuoi occhi nelle crepe dei ricordi

a maledire ogni patetico e fallito pensiero che di te ancora

mi affama il cuore

ché se fosse l’ultima ora del mondo

vorrei solo poter chiudere gli occhi e sentire il tuo odore

tra la pelle e un estremo respiro profondo.

Poi niente.

 

 

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