Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivio per la categoria “Racconti”

Svestire la parola

Quanto è dura a volte svestire la parola

lasciarla nuda senza nessun racconto

solo il suo sillabare un suono

ad intermittenza.

Siamo ritornati alla soglia

un camminare a ritroso

dopo aver tirato su col naso ed esserci ricomposti.

Come se nulla ci tocchi

come quando il vento sposta le nubi

senza far rumore

e poi piove.

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Adesso che ancora non esistiamo al mondo

Questo giorno chiede suggello d’abbraccio

un’impronta che dia misura alle nostre parole

aquiloni liberi aggrappati allo stesso filo invisibile.

E sono approdo, di certo

-le nostre parole intendo-

di un qualcosa che cresce senza che possa crescere

e vive laddove non potrebbe vivere e

ci salva a volte dagli abissi bui

dove crediamo di non poter essere salvati

da dove nascosti ci ripariamo da quello che non può

ma è.

Allora diamoci una forma che non esista al mondo

un corpo unico alle nostre anime affini

e un colore e una natura, un senso, un gesto

un nome.

E occhi, solo nostri, per poterci riconoscere.

 

 

Diluvio

Nelle borse livide sotto gli occhi

trattengo ancora l’infantile bruciore al ginocchio

il pianto sommesso per un amore

chiassoso dentro i timpani

un ricordo che non ha mai fatto eco

qualche parola trasparente che non è servita a niente.

Un’apocalisse di gesti

prima del diluvio.

Di pesci rossi e riflessioni (da pensieri di un po’ di tempo fa)

In qualche momento imprecisato tra stanotte e questa mattina è morto uno dei due pesciolini rossi che avevamo.  Dicono che i pesci hanno una memoria corta se no non sopravviverebbero all’acquario. Io non credo che sia totalmente vero perché oggi, quando gli ho dato da mangiare, quel pesciolino rimasto era triste. Nel piccolo istante in cui la sua memoria ha funzionato, forse ha avvertito la mancanza dell’altro, ha sentito uno spazio più largo, maggiore ossigeno ed è forse in quel minuscolo tempo che si è reso conto di aver amato.  C’è una contraddizione insita nella perdita che è la riacquisizione del proprio spazio, la dilatazione del proprio tempo, l’amplificazione del silenzio. È nella tristezza che quel tempo e quello spazio riavuti ci smuovono, che si avverte la mancanza, è lì che risiede la misura dell’amore. E non importa quanto sia stato lungo l’attimo insieme, ci sarà sempre un’ apnea tra una boccata di vita e l’altra a rinsaldarci la memoria.

Come la buccia delle mele

Le mele stanno marcendo sul tavolo

le guardo:

è come se non ci sono

e invece sono io che non ci sono.

Se tu ci fossi

niente di questo sguardo

niente di queste rughe che si precipitano

adesso sulle mie labbra

niente andrebbe a male

niente sarebbe come macchia sulla buccia

trapassata dalle dita.

Neanche io.

Tu che ridefinisci i limiti di ogni sentire

il contorno di ogni atomo tra me e te

l’ossigeno di ogni mio respiro.

Tu che sai farmi bene

soprattutto adesso che io non so

se ci sono.

Le immagini assordanti della nebbia

uomo-nella-nebbia

Confusione di voci estranee

le nostre dita che si cercano tra la folla

camminano sorridenti insieme a gambe paterne

che hanno deciso di funzionare, scrostate dalla ruggine

di personali diluvi universali.

I tuoi passi seguono i miei

vestito del tuo sorriso migliore tu

senza lo sguardo violentato dalla malizia del mondo

sembri ritornato da nebbie di sogno.

A risvegliare memorie.

Ero convinta di averti perso tra le righe

di desideri impossibili e fantasie di voli pindarici.

Non avevo previsto il vento capriccioso

che ha fatto danzare le pagine all’indietro

dove ti ho trovato spuntare

come un piccolo quadrifoglio

dormiente tra le pieghe del mio cuore.

La pelle ti reclama

per scacciare l’ossessione del tempo,

perduto.

Da fuori una finestra accesa

Inforchetto la mia cena mentre c’è una luce

accesa nella tua sala da pranzo

che sa di tovaglia stesa sul tavolo con parsimonia

come quella sera

con quattro bicchieri sopra, una caraffa, due bottiglie di birra

quando hai scostato la sedia

e i tuoi occhi non so se mi hanno guardata

mentre mi vedevano seduta di fronte a scrutarti la barba

che scopriva finalmente il profilo della guancia

fino alle tempie.

Ti ho trovato fragile per un attimo

nonostante le braccia spingessero fuori

il blu delle vene.

Non so se la tenerezza per quello spazio

definito e sicuro del tuo corpo

pensieroso

dentro una luce accesa ad una finestra di distanza

possa già chiamarsi in qualche modo.

Osservazioni

Possa acquietare i tuoi avambracci

le vene rigonfie di fine giornata

la pazienza stanca

la tua anima accartocciata

con un bacio, una carezza

un soffio a fior di pelle

e prestare voce sottovoce

al tuo silenzio

quando tutte le sillabe precipitano

dalla tua bocca e si fanno comete

nel mio firmamento e mi

infinito.

Silenzio

Il circolo che tracci per terra

mentre ti avvicini e poi ti allontani da me

lo scatto repentino del tuo corpo

mentre ti alzi dalla sedia

le tue dita che scrivono attente

la testa chinata

le labbra che si dischiudono nell’atto di parlare

l’incrocio delle braccia al petto.

Mi piacerebbe vedere i tuoi occhi tanto vicino

come da dentro i miei

tenerti un po’ con me.

Anche sfilarti gli occhiali di dosso

farti sentire il peso dell’indice posato sulla tua bocca

e quello di un mio bacio a farti fare silenzio

mi piacerebbe.

Sguardi

Quando ci rivediamo

non guardarmi intera, ti prego

soffermati su di me un pezzo alla volta.

Fissami negli occhi

che stanno imparando a memoria

i tuoi lineamenti

l’apertura sorridente degli angoli

della bocca e fatti vento

tra le mie paure, un girotondo di foglie.

Guardami le labbra

il mio spazio tra le parole tremanti,

timorose, una gola arsa,

un balbettamento segreto

guardala mentre cerca l’ordine

tra i pensieri e quella voce sottile

una premonizione cattiva di nuove sconfitte.

Vai più in giù dopo

stai un po’ su queste mani imperfette

che vorrebbero la tregua sul tuo volto

a contenerlo piano

e dirti che per le mie mani, le labbra e gli occhi

saresti impronta perfetta, attesa premiata

un destino inaspettato

di chi non si è accontentato

della lusinga volubile del tempo.

E poi

e poi se guardassi le mie gambe

che non raggiungono le tue altezze

potresti vederne l’impazienza

di correrti incontro

la voglia matta di stare tra le tue

di gambe a contarci le carezze

ai ginocchi e le orme di un passo

forse due

senza fretta e uno alla volta.

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