Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Chiassoso

C’è un che di chiassoso
nelle case abbandonate:
la plastica ingiallita di due o tre sedie
custodi di voci stanche di sottane
appena alzate sulla fatica dei menischi
i brandelli di pantaloni stesi a chissà quale età del sole
qualche spellacchiata tenda appuntata al cielo
con la pazienza addormentata dei ganci
un battente dischiuso
il buio di dentro nero di superstizione
il sudore perduto dell’orto
la goduria del topo
l’egoismo dell’edera
l’erba alta sulla staccionata di tronchi trafitti
dall’impietoso dovere del chiodo.
È l’abbandono al perdurare eterno della vita
che si riapproria della materia
senza la nostra materia
dei rumori senza il nostro rumore
del tempo senza il nostro tempo.
Siamo attori illusi
spettatori invece, puntini effimeri
nei brevi istanti del nostro vivere.

Rumori

Alice aveva sentito dei rumori provenire dalla cucina. Era assonnata e l’ultima cosa che voleva era tirarsi su dal letto ad ispezionare la casa. In fondo abitava in un paese tranquillo e il suo appartamento affacciava su una delle vie principali del centro storico, luogo troppo in vista per far accadere qualsiasi cosa.
La sveglia sul comodino segnava le 2:34. Solo mossa da un senso di responsabilità, buttò giù le gambe stanche, le infilò nelle infradito e ciabattando ad occhi socchiusi si avviò per il lungo corridoio che portava nel soggiorno, lanciando un’occhiata alla camera dove le bambine dormivano pienamente. Sembrava apparentemente tutto tranquillo. Entrò in cucina e si avviò verso il lavello a luci spente. La cascata dell’acqua dal rubinetto dentro al bicchiere la svegliò completamente. La sua gola mandò giù ampie sorsate con rumori sordi. Sembrava che il sonno del vicinato dipendesse dalla sua abilità di deglutire in maniera silenziosa , anche se non ne era capace, e in quello spazio di mattonelle tra il tavolo e il lavello tutto sembrava amplificato.
Chi se ne frega – pensò.
Posò il bicchiere, si avviò a letto e solo dopo aver varcato la soglia tra la cucina e il soggiorno si accorse che la mascherina dell’accensione delle luci era sradicata dal muro e i fili penzolavano scomposti. Un fremito le corse lungo la spina dorsale, quando vide che tutte le prese sembravano degli impiccati sospesi nel vuoto. Provò ad accendere le luci lo stesso, in un gesto disperato di non voler comprendere la realtà, ma niente, i fili erano recisi e rischiò solo di prendere la scossa. Scrutò immobile l’oscurità immobile. Un silenzio ora avvolgeva la stanza. Nessun movimento. Tutta la sensazione nebulosa della violazione. Chi poteva essere stato? Perché? Dov’era adesso? La stava guardando di nascosto? Il pensiero corse alle bambine ma le gambe erano ferme, la costringevano ad essere inchiodata a guardare una scena surreale. Gli occhi vigili, invece, tentavano di trovare l’anomalia, la matassa del filo aggrovigliato. Eppure l’anomalia c’era, quel qualcosa che non era lì qualche ora prima e che stonava in mezzo al tappeto. Non un gioco, sembrava piuttosto il corpo di un animale, che la luce esterna deformava e trasformava un po’. Scorgeva appena un muso allungato e più su due piccole orecchie. Solo quello, niente corpo. Il sapore del vomito le salí in gola, ma decide di rimandarlo giù per non gridare. Doveva reagire. Scrolló la testa, aveva il fiato corto, chiuse gli occhi per concentrarsi, per cercare di muovere velocemente le gambe.
Si svegliò sudata con le gambe in corsa che avevano calciato e appallottolato le lenzuola ai bordi del letto. Quando realizzò che stava solo sognando rallentó le gambe, controlló il respiro e si calmó, anche se non del tutto. Erano le 2:34. Doveva alzarsi, bere qualcosa, ma il solo pensiero di andare di là la faceva tremare. Vinse la paura, si alzò, passò prima dal bagno poi si diresse velocemente in cucina, buttando un occhio nella stanza delle bambine che dormivano profondamente. Entrò in cucina a luci spente, aprì il fracasso dell’acqua che la svegliò, bevve e si avviò di nuovo verso la camera da letto, passando dal soggiorno. C’era qualcosa di strano al centro del tappeto che decise di controllare meglio al mattino. Ignoró le prese della luce e i brividi lungo la schiena. Le luci dell’alba avrebbero riportato tutto alle giuste dimensioni.

Rifiuto

Nero lo spazio
prima rosa
nel caldo liquido tondo.
Scomposto è il freddo della pelle
sollevata
dello stomaco
vuoto
la bocca affamata d’affetto.
Voci lontane.
Sono qui.
Mi è rimasto l’ultimo vagito
disperato.
Qualcuno lo senta e
di nuovo
senza spinta
senza dolore
senza colpa
mi rimetta al mondo.

“Mai nessun bambino dovrebbe essere trattato come fosse spazzatura. “

Il bianco tra le dita

Ho imparato l’arte dello stare fermi

e quello di intrattenere folle recalcitranti

la misura della serietà e l’eccesso della gioia

l’uso delle parole, la pazienza, l’attesa, il conforto,

la sollecitudine, il polso fermo, la disciplina

tutto il gioco di equilibri sui piatti fermi della bilancia

ferma anche la voce altalenante

nelle sfumature dei suoi toni.

Solo che quando tengo stretto il bianco tra le dita

il corpo composto

gli occhi puntati al nero o su altri occhi

mi sento risalire una tale frenesia che vorrei

raccontare di come si può scoperchiare il blu

nel verde delle colline

il rosso in mare

il marrone nel giallo sole a metà della sua marcescenza.

Che le superfici lisce sanno essere graffianti

nel profondo e che due pupille se le guardi

oltre le apparenze

sono tutta un’anima dentro

rivestita di corazza di pelle

che aggiunge valore al colore.

E che le mie debolezze sono le loro

con la parvenza di età adulta ora

senza la possibilità di sbagliare

e che l’abbraccio dato

è spesso ladro di calore altrui.

La loro ribellione al mondo

è stata la mia

quando in piedi rivelavo crudeli voragini umane

davanti a volti omertosi

bocche di preti spalancate

e un cielo consumato che cadeva a pezzi.

Ashes/Ceneri, fotografie che raccontano l’uomo

Ashes/Ceneri, fotografie che raccontano l’uomo

bambino tra i rifiuti

Un’eccellenza italiana: la Scuola Mosaicisti del Friuli.

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Un’eccellenza italiana: la Scuola Mosaicisti del Friuli.

Caronte, occhi di bragia.

La donna continua a trascinare la figlia per la mano ossuta, mentre tiene con l’altro braccio il fratello, sfinito per la lunga camminata. Lo tiene come fosse un cencio, addormentato con la testa dondolante sul suo petto a lambirle la pelle, nella ricerca del seno ormai prosciugato dagli anni e dalle privazioni. Ha fretta, sente le gambe bruciarle. La notte è stata un calvario, una salita al Golgota, dove non si assiste a redenzione, ma il dolore continua, cambia forma, tramuta le sue intenzioni. I numerosi passi, gli affanni e le troppe ore in piedi contribuiscono a convincerla di stare facendo la scelta giusta, quella che la porterà insieme ai suoi figli alla svolta. La svolta… così ambita, così ricercata nell’ultimo anno, dopo la morte del marito, per mano nemica, in un campo freddo chissà dove nel bel mezzo del deserto.

Non pensare, non c’è tempo per lasciarsi andare. Allontana i sentimentalismi, le lacrime, i ricordi.
Devi correre, affretta il passo.
Non sentire la stanchezza, il disagio di scarpe consumate, di sabbia negli occhi, di pelle che brucia, di labbra asciutte, di sete.

Il mare è vicino adesso, si sente il sapore della salsedine, delle piccole goccioline che schizzano sui loro visi infuocati e portano ristoro, si sente il rumore delle onde e quello delle grida. La madre avvicina a sé la figlia, questo piccolo ossetto di dieci anni, che trema, sotto la spalla materna, come un uccellino glabro, il fiato corto, gli occhi, due pianeti confusi che orbitano ovunque.

Spingono, non avere paura, è solo per poco tempo.
E’ il prezzo per la salvezza, è solo il travaglio, che accompagna la vita che verrà, dopo lo strazio, la lacerazione della carne, la ferita.
Tutto si rimargina, rimane il segno, il ricordo, che puoi mettere da parte.

Gli uomini intorno sono sporchi, puzzano di sudore, di bava, di brama di soldi, di sangue ancora non versato o quello raffermo di lavoro sporco già passato, dimenticato. Quello che chiamano barcone è una bacinella, in cui sono intasate il triplo delle persone che potrebbero salire. Dondola, schiena ricurva ad ogni peso in più, bulimico di corpi. Ma la speranza non la fermi, supera le frontiere, fa incastrare membra a membra, un enorme puzzle umano di disperazione.

Fate salire anche noi, vi prego. Abbiamo fatto tanta strada. Ce lo meritiamo. Ecco i soldi, teneteli. E’ tutto ciò che ho, che avevo.

Gli uomini spingono la bambina, sollevano senza fatica quel corpo senza peso e lo fanno salire sull’imbarcazione. Poi si girano per prelevare madre e fratello, ma un individuo enorme fa un cenno. Pochi soldi, solo un altro corpo. La madre stacca il cencio dal suo corpo, per consegnarlo a Caronte. Almeno la nuova generazione vivrà e in qualche modo risorgerà. Ma no, il cencio è grigio, immobile, ciondolante senza il sostegno della madre esterrefatta, morta dentro per metà.

Sei andato via piccolo mio, prima di noi e senza di noi, non hai creduto in me. Il viaggio ti ha privato della vita oltre che della speranza. Ma quale vita si chiama così, se una madre non può neanche piangere, morire un attimo col proprio figlio? Cullarlo prima di cederlo alla crudele terra o all’indomabile mare?

Il bambino viene allontanato dalla madre, frettolosamente. I soldi adesso bastano, ma non bastano oceani di lacrime per descriverne lo strazio. Non c’è spazio per un corpicino nel barcone, per portarlo a diventar cenere in altra patria, neanche se potesse entrare di nuovo nel corpo materno. Nessun posto per la pietà. Non c’è tempo. Il barcone si muove, prende il largo.
La madre e la figlia.
I traghettatori.
I profughi, pezzi del puzzle.
Il mare.
Un piccolo corpo gettato nelle acque, che sono gelide anche se è caldo. Nessuna cerimonia, nessuna tomba, nessuna lapide, nessun nome. Solo memoria di madre, di sorella.
La madre e la figlia. L’ambita svolta, senza un pezzo di loro.
C’è la speranza in questo?
La terra… forse.

Se ci arriviamo.

La diga del Vajont: un monumento alle vittime che fa riflettere – parte II

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Bronzi di Riace vs Expo: l’epilogo.

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Ad Ottobre 

Una giacca leggera a coprirmi dai capricci del tempo. Le strade lastricate che giocano con i miei tacchi e talvolta mi chiedono di restare, tra una fuga e l’altra come sopra un pianoforte, bianco o nero, bianco e nero. Io dondolo il piede, mi soffermo su un giro armonico di Do, in fondo io do sempre, ricevo poco, butto indietro il pensiero appiccicato a una ciocca di capelli, sorrido e accelero il passo. Mi dirigo dove il vociare si sente più forte nella scansione delle ore. Tante voci che ne fanno una sola, colorata, forte, piena di futuro. E’ musica, dove tutti sentono un frastuono. E’ la vita che prende vita, è cartilagine che diventa ossa. Ancora pochi l’hanno capito che si ottiene di più con la dolcezza, dove tutti usano il forcone. A rivoltare le zolle di un terreno incolto siamo bravi tutti, a rivoltare gli animi ci vuole passione e la dedizione di un contadino a cui è stato bruciato il raccolto. Il raccolto c’era, il seme aveva attecchito, la pianta stava crescendo nel terreno fertile, ma una mano crudele ci ha passato sopra il fuoco, la sofferenza delle foglie che si attorcigliano in un atto di ribellione, che si tramuta in rassegnazione. Quando tutto si spegne, si sente la disperazione, tutto sembra perduto, rimane la cenere. Ma dalla cenere si ricostruisce. La si sparge un po’ dappertutto, si fa in modo che penetri a fondo, che fertilizzi di nuovo, che rinfreschi dal dolore e purifichi. E con la fiducia si prepara il terreno a un qualcosa di nuovo, che darà nuova pianta e nuovo raccolto. Diverso dal primo perché arricchito dal ricordo delle fiamme. E poi si eliminano le erbacce, si raddrizza qualche stelo, si affina la pazienza sperando che piova.

Attenderò le cadute, il bianco sterile, il freddo ostile. Si rinasce. Dopo aver assecondato il dolore, grazie a chi ti strappa alla morte apparente e ti rimette in grembo al mondo. Con la fatica. Con le unghie. Con il rischio del rigetto.

Sempre.

Ma adesso è ancora Ottobre.

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