Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivio per la categoria “Vita”

Svestire la parola

Quanto è dura a volte svestire la parola

lasciarla nuda senza nessun racconto

solo il suo sillabare un suono

ad intermittenza.

Siamo ritornati alla soglia

un camminare a ritroso

dopo aver tirato su col naso ed esserci ricomposti.

Come se nulla ci tocchi

come quando il vento sposta le nubi

senza far rumore

e poi piove.

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Un’istantanea di vibrazioni

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Apparteniamo ad una mattonella:

quella vicino alla soglia d’ingresso dove tu

ti soffermi e da lì

mi guardi e mi stringi.

E’ l’amore che si compie nella fermezza

d’un attimo eterno e in un metro quadro

d’abbraccio.

Siamo un’istantanea di vibrazioni noi.

 

Adesso che ancora non esistiamo al mondo

Questo giorno chiede suggello d’abbraccio

un’impronta che dia misura alle nostre parole

aquiloni liberi aggrappati allo stesso filo invisibile.

E sono approdo, di certo

-le nostre parole intendo-

di un qualcosa che cresce senza che possa crescere

e vive laddove non potrebbe vivere e

ci salva a volte dagli abissi bui

dove crediamo di non poter essere salvati

da dove nascosti ci ripariamo da quello che non può

ma è.

Allora diamoci una forma che non esista al mondo

un corpo unico alle nostre anime affini

e un colore e una natura, un senso, un gesto

un nome.

E occhi, solo nostri, per poterci riconoscere.

 

 

Diluvio

Nelle borse livide sotto gli occhi

trattengo ancora l’infantile bruciore al ginocchio

il pianto sommesso per un amore

chiassoso dentro i timpani

un ricordo che non ha mai fatto eco

qualche parola trasparente che non è servita a niente.

Un’apocalisse di gesti

prima del diluvio.

Uno spazio sbranato

E’ ancora come il mare contro le scogliere

un rifrangersi controvento il mio viso

sull’impronta del tuo palmo

a cercare tra le pieghe

il punto esatto dove ci ritroveremo.

Ma non sarà né qui né là:

non dentro le tue mani

non dentro le mie rughe.

Forse resteremo due curve sfioranti

nel meravigliarsi di un qualcosa che accade

fulmineo

nel vociare del tempo.

Dove per un attimo il tempo è solo

uno spazio sbranato

che forza mellifluo le nostre serrature.

Naufragi

Che poi forse è solo un incastro di naufragi

il cercare la tua mano la mia

la mancanza di numero dorato

inchiodato alla porta d’ingresso

qualcosa che oggi ha una forma difficile

da ripiegare.

Come la prima volta che volli dei sogni

farne aereoplani di carta

e soffiarli via dispersi nel fumo

delle tue parole.

Che forse quello che ci spaventa

ha più paura di noi.

Niente di così diverso da un gesto ridondante

niente di così diverso dal ricominciare,

il dimenticare.

Di pesci rossi e riflessioni (da pensieri di un po’ di tempo fa)

In qualche momento imprecisato tra stanotte e questa mattina è morto uno dei due pesciolini rossi che avevamo.  Dicono che i pesci hanno una memoria corta se no non sopravviverebbero all’acquario. Io non credo che sia totalmente vero perché oggi, quando gli ho dato da mangiare, quel pesciolino rimasto era triste. Nel piccolo istante in cui la sua memoria ha funzionato, forse ha avvertito la mancanza dell’altro, ha sentito uno spazio più largo, maggiore ossigeno ed è forse in quel minuscolo tempo che si è reso conto di aver amato.  C’è una contraddizione insita nella perdita che è la riacquisizione del proprio spazio, la dilatazione del proprio tempo, l’amplificazione del silenzio. È nella tristezza che quel tempo e quello spazio riavuti ci smuovono, che si avverte la mancanza, è lì che risiede la misura dell’amore. E non importa quanto sia stato lungo l’attimo insieme, ci sarà sempre un’ apnea tra una boccata di vita e l’altra a rinsaldarci la memoria.

Tra poco

C’è adesso in cucina il profumo delle case antiche

come legno che si fa cenere al fuoco e caffè

che trabocca e fa pozza sull’acciaio

che satura l’aria e l’aria della finestra

aperta preme per farsi spazio

in questa alba che tarda ad arrivare.

Chiudi la porta

stringimi a te

parlami ancora del tempo effimero

insegnami i gesti per tardare il futuro

sollevami il mento

spalancami gli occhi

baciami

e poi sorridimi.

Che non posso dirti “mi manchi”

nell’immediato tra poco che è già domani.

Come la buccia delle mele

Le mele stanno marcendo sul tavolo

le guardo:

è come se non ci sono

e invece sono io che non ci sono.

Se tu ci fossi

niente di questo sguardo

niente di queste rughe che si precipitano

adesso sulle mie labbra

niente andrebbe a male

niente sarebbe come macchia sulla buccia

trapassata dalle dita.

Neanche io.

Tu che ridefinisci i limiti di ogni sentire

il contorno di ogni atomo tra me e te

l’ossigeno di ogni mio respiro.

Tu che sai farmi bene

soprattutto adesso che io non so

se ci sono.

Le immagini assordanti della nebbia

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Confusione di voci estranee

le nostre dita che si cercano tra la folla

camminano sorridenti insieme a gambe paterne

che hanno deciso di funzionare, scrostate dalla ruggine

di personali diluvi universali.

I tuoi passi seguono i miei

vestito del tuo sorriso migliore tu

senza lo sguardo violentato dalla malizia del mondo

sembri ritornato da nebbie di sogno.

A risvegliare memorie.

Ero convinta di averti perso tra le righe

di desideri impossibili e fantasie di voli pindarici.

Non avevo previsto il vento capriccioso

che ha fatto danzare le pagine all’indietro

dove ti ho trovato spuntare

come un piccolo quadrifoglio

dormiente tra le pieghe del mio cuore.

La pelle ti reclama

per scacciare l’ossessione del tempo,

perduto.

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