Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Nel male delle mie domande

Se mi sporgo al bordo 

del precipizio non muta 

la misura della sua profondità 

come non muta la nostra distanza 

se continuo a pensarti.

Non sei sicuro di saper far rinunce

mi hai detto.

E  allora perché hai rinunciato 

così facilmente 

a me?

Inverno

Se devo lasciarti andare come l’albero la foglia

invidio la terra

che ti accoglie ignara del dolore acuto del distacco.

La mia rinuncia a te fa un tonfo sordo.

Tremo dentro.

Non doveva essere già qui il mio inverno!

Dovevo ancora farci felici.

La prospettiva della foglia

foglia_morta

Non c’è più ode all’usignolo

la rondine ha perso il suo garrito, andata

rasente il sasso e ad ogni sasso

ha affidato una piuma di calamaio imperfetta

al racconto del mattino.

Il vento ha smesso di ondeggiare le chiome

arrese alla fissità dell’attimo tra lo squillo

e una voce al di là del filo, alla distanza

orizzontale della goccia all’altra goccia, alle pieghe

della maglia che si arrende al tuo corpo.

Non so quale nostalgia mi agguanta lo spirito

adesso e lo sbatte come polpo sugli scogli

ma vorrei solo l’abbandono a una carezza

prima che la foglia tocchi terra e tutto ricominci a

respirare.

 

 

Tutti i tuoi pieni

Il mio occhio è umano

sensibile alla linea non dritta

alla curva discontinua

al semplice che matura nel complesso

– dal seme al pane –

agli angoli non retti della tua bocca appena dischiusa.

E’ l’impercettibile onda del tuo mento che si alza

che coglie

iI segmento riconoscibile delle tue spalle che ferma lo spazio

e lo ridefinisce

la densità dei sorrisi che colora la materia che ridenti

sembrano anche tutte le molecole dell’aria che ti fa contorno.

E la tua forma non si riduce all’esterno di un corpo

ma è fatta della mancanza che sento di tutti i tuoi pieni.

 

Di un giorno qualunque


Bisogna sciogliere i nodi intrappolati

tra i denti,  il silenzio lungo un’attesa

accecante di nulla.

E’ come mai accaduta la notte

di un giorno qualunque

le tue labbra cercate nei cassetti  di tutti i perché.

E lo so che a rileggerle nel presente  le parole passate

sembrano poggianti sugli orli sfilacciati

di un vento esasperato.

E forse lo sono state davvero

vento, del tutto flebile

andato e perduto che avrà almeno tentato

di spettinarti nella fugacità di un momento.

E anch’io con loro.

Vieni qui

Vieni qui prima di andare via 

dopo 

ci sarà una moltitudine di chilometri tra noi 

tanti idiomi sconosciuti, molti volti 

un paio di aerei, una hostess carina

le valigie sul nastro, un sorriso ad attenderti

qualche nuvola, forse il sole.

Io ti saprò lontano senza di preciso dove

e continuerò il mio giorno un occhio al muro

a sbirciare il tempo.

Ti immaginerò ridere 

e usare la tua voce in maniera precisa 

le tue mani dove dovrebbe essere 

sempre troppo distanti dalle mie

e i tuoi occhi dove dovrebbero essere 

a guardare intorno 

qualcosa che non ti sfugge del mondo

e io rimarrò qui come sempre incastrata 

tra il tuo viso e le speranze 

che mi hai detto di non coltivare.

Vieni qui quando torni 

dopo 

ci sarà ancora la moltitudine di chilometri 

un idioma non completamente conosciuto

e volti e aerei e altri sorrisi ad attenderti 

più di una nuvola, forse non il sole.

Io però avrei una mezza idea di dove sarai 

e continuerei a far di conto col tempo.

E rimarrò sempre qui

incastrata tra il tuo viso e le speranze

che sono incapace di non avere 

immaginandoti ridere con me

la tua voce in un bisbiglio al mio orecchio 

e le tue mani dove dovrebbe essere 

intrecciate alle mie

e i tuoi occhi dove dovrebbero essere 

a guardare qualcosa che non ti sfugge dentro i miei.

L’ultima ora del mondo

Dalla cornice della finestra

irrompono lingue attorcigliate come Babele e non c’è viso

a cui si possa affidare un battito di ciglia, un tremore,

qualche pena, il ronzio dell’ape che fa nido

tra l’aria della stanza e la fermezza del cielo di fronte.

Ferma anch’io immobile

col tuo numero accartocciato tra le dita

e il peso dei tuoi occhi nelle crepe dei ricordi

a maledire ogni patetico e fallito pensiero che di te ancora

mi affama il cuore

ché se fosse l’ultima ora del mondo

vorrei solo poter chiudere gli occhi e sentire il tuo odore

tra la pelle e un estremo respiro profondo.

Poi niente.

 

 

Al di là 

Lui avrebbe potuto essere al di là di questa stanza

a bisticciare con un paio di stringhe chinato

a mostrare la rotaia della sua schiena

fino al collo. Io, avvicinandomi,

l’avrei percorsa un bacio alla volta:

uno veloce per le vertebre sacrali

che racchiudono il midollo fresco del risveglio

uno lento per le cinque lombari

che basti fino al meriggio

un bacio lungo come le dodici dorsali

le ore di luce, le fatiche, le tribù d’Israele,

Giove intorno allo zodiaco.

Infine uno caldo a quelle cervicali

per far sussultare tutti i nervi del suo corpo

ché non dimentichi fino a sera.

Avrei tenuto per me invece

la tenerezza delle sue labbra per resistere

tutto il tempo oltre questa stanza

oltre questo corpo

e al di là di tutti i miei sogni.

Di lento o di rock

Sei lontano da molto tempo 

non rammento più quante lune da me.

Ho chiesto a tutti tue notizie 

se c’è qualcuno che ricordi il suono delle tue labbra 

quando le schiudi

o il calore delle tue braccia in una serata d’estate

mentre fuori piove.

Ho chiesto ad altri quanto sia il peso 

della tua orma sulla sabbia

e la misura delle tue scarpe 

se calzi un numero pari o dispari

oppure a pianta larga.

Ho chiesto se d’istinto guardi prima in cielo 

il buio o le sue stelle 

se prima il tutto o i suoi particolari 

corpo o testa

viso o ciglia.

E poi quale immagine si è impressa 

sulla tua retina l’ultima volta qui 

chi ha preso il mio posto accanto a te 

durante la mia assenza 

quale emozione si sia fatta protagonista 

mentre sorseggiavi il tuo caffè. 

Infine ho azzardato a chiedere se qualcuno 

sapesse descrivermi l’aroma della tua pelle 

se sa più di tabacco o di miele

se ha più sapore della gioia o del dolore

e quanti nei disegnano costellazioni

che io mapperei per leggermi l’oroscopo.

Ma nessuno ha saputo rispondermi:

dicono che importa solo ricordare quanto sei alto

come porti i capelli e i vestiti

qual è la marca dei tuoi rasoi e che lavoro fai.

Non hanno ancora capito che io vorrei 

sapere invece della passione che ti scorre 

nelle vene e muove il tuo andare:

se il tuo cuore batte di lento o di rock.

Ruvido 

È ruvido 

il bordo vorticoso delle ore

la penna dalla quale ti scrivo

da cui si getta un inchiostro disperato 

che brama la lama del tuo sorriso

e il masticare delle parole 

che fanno carne la tua voce.

Nella dimenticanza 

anche questo agosto è precipizio d’assenza.

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