Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

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Dio si muove in direzione dell’uomo e gli comunica il Suo messaggio- parte 1^

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L’ avversione a ogni tipo di politeismo e la proclamazione assoluta dell’unicità di Allah sono l’anima su cui si incentra il pensiero islamico e i principi attorno ai quali ruota tutta la vita di un musulmano. Dio è, secondo il Corano, il libero creatore di tutto, per cui il mondo esiste senza alcuna fonte propria di autonomia: tutto è prefissato da Lui (predestinazione).

Il peccato più grave, che Allah non perdona, rappresenta la sua unione con altre divinità, per cui viene negata qualsiasi esistenza di prole divina: “Dio non ha prole e non esiste (altro) Dio all’infuori di lui” (sura 23,91). La Trinità è considerata, dunque, per l’Islam, una sorta di politeismo, che mina il concetto di unicità di Dio. Gesù, a cui è contestata ogni natura divina, si presenta solamente come un anello di una lunga catena di profeti, di cui Maometto rappresenta la fine.

Gesù non è che il figlio di Maria, l’inviato di Dio e sua Parola

che ha deposto in Maria. Crediamo dunque in Dio e nel suo inviato

e non dite che vi sia una Trinità.

Dio è unico, e non può avere figli”.

Tutto l’Islam fa riferimento al Corano, dettato, secondo la tradizione, letteralmente da Allah al Profeta, e quindi immutabile e infallibile, il cui tema centrale è Dio, misericordioso verso il peccatore, ma giudice esigente alla fine dei giorni:

Non abbiamo fatto scendere il Corano su di te per renderti infelice,

ma come Monito per chi teme Dio. Esso e’ stato inviato da Colui

che ha creato la terra e gli alti cieli. Il Compassionevole si e’ innalzato sul Trono.

Appartiene a Lui quello che e’ nei cieli e sulla terra,

e quello che vi e’ frammezzo e nel sottosuolo.

E’ inutile che tu parli ad alta voce, che in verità Egli conosce il segreto,

anche il più nascosto. Dio, non c’e’ Dio all’infuori di Lui!

A Lui appartengono i nomi più belli”.

La Mecca, dunque, rappresenta la capitale spirituale, a cui il fedele si rivolge durante le preghiere quotidiane ed alla quale ci si reca in pellegrinaggio annuale. Lo Haji è un dovere per tutti coloro in grado di adempierlo fisicamente ed economicamente, rappresentando, tra l’altro, un’opportunità unica di incontro tra diverse nazionalità. Questo pellegrinaggio, risalente ad Abramo, inizia il dodicesimo mese dell’anno islamico, con lo scopo di compire i riti principali che vedono il credente impegnato nei sette giri attorno alla Ka’aba e nel percorso che lo porta, per altre sette volte, tra le alture di Safa e Marwa, come fece Hagar, moglie di Abramo, mentre era alla ricerca dell’acqua per suo figlio Ismaele.

La Ka’aba

La Ka’aba

Compiuto ciò i pellegrini si raccolgono nell’ampia spianata di Arafat e si uniscono in preghiera per impetrare il perdono divino. La fine del pellegrinaggio è segnata da una festività, Eid al-Adha, che si celebra con preghiere e scambio di doni tra le varie comunità musulmane. Questa ricorrenza, assieme a quella di Eid al-Fitr, giorno in cui si festeggia la fine del Ramadan, sono le due più importanti feste religiose del calendario Musulmano.

Nel periodo in cui il profeta Maometto ricevette la chiamata divina, molte pratiche pagane si erano sovrapposte al rito originario dell’ Haji. Il profeta restaurò e ridiede l’originale purezza religiosa a tale pellegrinaggio e istruì i credenti sui riti da compiere, aggiungendo complessità alle liturgie, e fornendo maggiore flessibilità a beneficio dei credenti. Da allora furono permesse variazioni nell’ordine di esecuzione dei riti.

Prima di stabilire l’intenzione di compiere l’ Haji, il pellegrino deve pentirsi del male commesso, pagare tutti i suoi debiti, possedere i mezzi per sé stesso e per il mantenimento della famiglia, durante il suo periodo di assenza e, prepararsi spiritualmente al grande dispendio di energie, fisiche e psicologiche.

Fino al diciannovesimo secolo, arrivare alla Mecca significava essere aggregati ad una carovana, di cui sono note quella egiziana, che si raggruppava al Cairo, quella irachena, a Bagdad e quella siriana che, dopo il 1453, si radunava ad Istanbul e raccoglieva pellegrini lungo tutto il tragitto, dirigendosi a La Mecca via Damasco. Il pellegrinaggio durava mesi per le asperità del viaggio e, non di rado, le strade di accesso alla Terra Santa erano soggette a razzie da parte di gruppi di predoni. Dunque, il ritorno del pellegrino in famiglia era occasione di gioiose celebrazioni e ringraziamenti da parte di tutta la comunità. 

Tende per i pellegrini.

Tende per i pellegrini.

Il Sacro Corano

Il Sacro Corano

Attratti dal misticismo de La Mecca e di Medina, località cara all’Islam per aver contenuto la casa del Profeta, nonché la prima moschea, molti occidentali visitavano le due città sante. Molti sono i resoconti scritti sul fascino, al di là dell’aspetto puramente religioso, dei riti del pellegrinaggio: primo tra tutti la presenza di centinaia di migliaia di pellegrini di diverse razze e nazionalità, perfettamente identici nell’abito della sacralizzazione, l’ ihram. Questo viene indossato da tutti gli uomini e consiste in un indumento bianco privo di cuciture fatto di due pezzi di stoffa: l’uno cinge i fianchi fino al polpaccio, l’altro copre una spalla, trasversalmente.

Pellegrino  in preghiera.

Pellegrino in preghiera.

Un bambino con indosso l'irham segue i pellegrini durante l'Hajj

Un bambino con indosso l’irham segue i pellegrini durante l’Hajj

Le donne indossano un semplice abito bianco e si coprono la testa ma non il volto. L’ihram è simbolo di purezza e di rinuncia del male e dei beni mondani ed indica l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio. Dal momento in cui viene indossato, il fedele, uomo o donna, entra in uno stato di purità che rende illecita qualsiasi azione violenta, nei confronti di uomini, animali e persino insetti. Dopo la vestizione, il fedele pronuncia la prima invocazione dell’Haji, la Talbiah:

Eccomi, mio Dio, al Tuo comando ! Eccomi al Tuo comando!

Tu sei Dio senza alcun congenere. Eccomi al Tuo comando!

Tue sono le lodi, la grazia e la maestà.

Tu sei Dio senza alcun congenere”.

Il potente, melodioso canto della Talbiah risuona non soltanto a La Mecca, ma in tutti i luoghi sacri collegati all’Haji.

Pellegrinaggio alla Mecca

Pellegrinaggio a La Mecca

Nel primo giorno dell’Haji, i pellegrini si spostano da La Mecca a Mina, un piccolo villaggio disabitato ad est della città pregando e meditando durante il tragitto. Nel secondo giorno, il nono del mese, lasciano Mina per ritrovarsi nella piana di ‘Arafa per il “wuquf”, il rito centrale del pellegrinaggio. Qui, i pellegrini restano in piedi, affinché la loro immagine ricordi quella del giorno del Giudizio. Alcuni si riversano sul Monte della Misericordia, da cui il Profeta pronunciò l’ultimo indimenticabile sermone “dell’addio”, in cui furono enunciati i pilastri della nuova religione. Sono queste le ore più intense dell’intero viaggio, che il fedele dedica alla preghiera ed alle invocazioni, raggiungendo in questo luogo sacro, il culmine della vita religiosa e sentendo come mai la presenza e la vicinanza di un Dio di misericordia.

La prima persona inglese ad eseguire il pellegrinaggio, Lady Evelyn Cobbold, descrisse l’esperienza di essere nella piana di ‘Arafa nel 1934: “Ci vorrebbe una penna magistrale per descrivere la scena, pregnante di intensità, di quella grande fetta di umanità di cui io rappresentavo un minuscolo frammento, completamente dimentica nel suo fervore religioso. Molti pellegrini avevano le gote rigate da lacrime; altri rivolgevano il volto al cielo stellato così tante volte testimone della stessa scena. Gli occhi splendenti, gli appelli appassionati, le mani in cerca di misericordia distese nella preghiera mi hanno commosso in un modo mai accaduto prima, ed io stessa mi sentivo spinta da un’ondata straordinaria di esaltazione spirituale. Ero una sola cosa con il resto dei pellegrini, in un sublime atto di completa resa alla Volontà Suprema che e’ l’Islam”. 

Dopo il tramonto, la folla procede verso Muzdalifah, una pianura a metà strada tra ‘Arafa e Mina. Qui dapprima i pellegrini pregano, poi raccolgono dei sassolini per usarli nei giorni successivi.Prima dell’alba del terzo giorno, i fedeli si trasferiscono a Mina dove avviene la “lapidazione di Satana”, con il lancio dei sassolini contro una struttura in pietra bianca o contro tre mucchi di pietra.

Secondo la tradizione di questo rito, che affonda le sue radici nella storia di Abramo, i fedeli ricordano il tentativo di Satana di far trasgredire al grande profeta gli ordini divini. Il lancio dei sassolini è simbolo del rifiuto del credente di essere tentato dal male e dai vizi, non una ma sette volte dove il numero sette simboleggia l’infinito. In seguito viene sacrificato un montone o una pecora, la cui carne è donata ai poveri, ricordando l’obbedienza di Abramo, pronto a sacrificare suo figlio per adempiere alla volontà del Creatore ed esprime, per il musulmano, la prontezza a separarsi dalle cose più care se questo è voluto da Dio. Terminato gran parte del pellegrinaggio, i fedeli possono liberarsi dell’ihram ed indossare gli abiti giornalieri per celebrare, con la festa del “Sacrificio” (‘aid al’Adha), il termine del mese del pellegrinaggio.

Rappresentazione de La Mecca

Rappresentazione de La Mecca

Rappresentazione de La Mecca

Rappresentazione de La Mecca

Miniatura raffigurante La Mecca, Iznik, XVII secolo, Victoria and Albert Museum, Londra

Miniatura raffigurante La Mecca,
Iznik, XVII secolo, Victoria and Albert Museum, Londra

Quando i pellegrini tornano a La Mecca, concludono l’Haji con un altro rito essenziale, la circumambulazione, per sette volte ed in senso antiorario, della Ka’aba, simbolo dell’unicità di Dio:

Annuncia alle genti il pellegrinaggio.

Vengano a te a piedi, e su cammelli di ogni specie, da ogni valico,

acciocché siano testimoni dei vantaggi che ne avranno,

e in giorni determinati menzionino il nome di Dio

sull’animale del gregge di che Iddio li ha provveduti.

Mangiatene quindi, e datene al misero e al bisognoso.

Mettano poi fine ai loro interdetti, sciolgano il voto,

e compiano i giri rituali attorno alla Casa Antica!” (XXII, 27-29).

Pellegrini in adorazione davanti alla Ka'aba

Pellegrini in adorazione davanti alla Ka’aba

La pietra nera

La pietra nera

La Ka’aba contiene un’unica stanza senza finestre, cui si accede per una porta, alcuni metri sotto il livello del suolo. Vi si fanno vedere l’impronta del piede di Abramo su una sacra pietra, insieme con la tomba di Agar e del figlio Ismaele. L’edificio è coperto da pesanti drappeggi di broccato nero ricamato in oro con i testi del Corano. Durante i giri, ai fedeli è consentito toccare o baciare la Pietra Nera, un meteorite che prima di Maometto veniva identificato con il dio locale Hubal e che fu ridotto in frammenti nel 683 d.C., durante l’assedio del califfo Yezid. Questa pietra ovoidale non è oggetto di idolatria, ma rappresenta l’ultimo frammento della costruzione originaria innalzata da Abramo ed Ismaele. Nessuna azione devozionale è correlata alla pietra, tanto che il secondo Califfo, Omar, rese ciò ben chiaro affermando: “So che essa non è altro che una pietra, incapace di fare del bene o del male. Ma ho visto il Messaggero di Dio tenerla tra le mani, e questo ricordo me la rende cara”. Dopo aver completato anche questa usanza, i pellegrini pregano preferibilmente alla stazione di Abramo. Qui devono l’acqua della sorgente di Zamzam in ricordo della memorabile corsa di Hagar. A questo punto è possibile riprendere tutte le normali attività.

Quando i credenti di razze e lingue diverse tornano ai loro rispettivi paesi, portano i commoventi ricordi della terra dei profeti, di Abramo, Ismaele, Hagar e Maometto e una preghiera:

O Dio accetta il nostro sforzo e fa che si avveri ciò che disse il nostro profeta:

<<non c’è altra ricompensa per un pellegrinaggio pio se non il Paradiso>> ”.

Al di là del rituale, il pellegrinaggio assume agli occhi del musulmano, l’ aspetto di un vero rinnovamento spirituale ottenuto con il fervore delle preghiere e ha il valore di rinsaldare i vincoli all’interno della comunità islamica per mezzo dell’incontro tra tutti i fratelli. Alla Mecca tutti i musulmani si sentono veramente uniti e la bianca tunica eguaglia tutti davanti a Dio: “come il pellegrinaggio ha strappato l’uomo alla sua casa e alla famiglia per andare alla casa di Dio, così la morte lo strapperà alla sua casa e ai suoi familiari per andare in paradiso.”

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Religione e cultura. Eloquenza, dialettica e fede.

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Alla riforma religiosa diffusa in Europa, la Chiesa Cattolica oppose un largo movimento, che portava in sé, oltre alla contestazione dottrinaria delle idee luterane, anche gli elementi di un profondo rinnovamento morale del clero e di una rigenerazione della funzione sociale della Chiesa. Questa reazione del cattolicesimo, che ebbe come base i risultati di un grandioso Concilio iniziato a Trento nel 1545 e durato quasi vent’anni, raggiunse talvolta, attraverso i processi del tribunale d’Inquisizione, l’aspetto d’una vera persecuzione degli eretici o presunti tali (tra gli altri Giordano Bruno e Galileo Galilei), mentre nei paesi protestanti venivano perseguitati o esiliati cattolici e dissidenti. Il Concilio di Trento rappresentò dunque il momento decisivo della sistemazione dogmatica e disciplinare della chiesa affrontando i problemi dell’unità tra cattolici e protestanti. Non si giunse però ad alcuna soluzione per l’assenza dei protestanti, che non si presentarono. La Controriforma esaltò i compiti formativi e assistenziali degli ordini religiosi esistenti e ne promosse la creazione di nuovi, tra i quali la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Lojola e dichiaratamente destinata a combattere i “nemici” della Chiesa, attraverso gli strumenti dell’informazione e dell’educazione e a portare la parola di Dio e la fede, con le missioni, nei Paesi più lontani. Il rinnovamento della catechesi portò ad una nuova interpretazione dell’efficacia dei sacramenti e alla valorizzazione dello strumento della predicazione, rendendo opportuna una trasformazione dello spazio interno del luogo del culto, che doveva adesso essere ridotto ad un’aula longitudinale, a uno spazio “depurato” per il raccoglimento e la preghiera. Un recente saggio di Giovanni Sale, Pauperismo architettonico e architettura gesuitica, affronta in maniera nuova l’architettura gesuitica e il suo esordio. Questa tipologia, secondo lui, era caratterizzata, a Roma, da un modo di costruire sintetico, semplificato e povero delle chiese sorte tra gli anni quaranta e settanta del cinquecento, durante il periodo del Concilio di Trento. Le prime costruzioni gesuitiche nacquero, rispettando la funzionalità e l’economicità dell’organizzazione spaziale e mantenendo lo spirito di povertà, pur conservando un elevato grado di adattabilità alle situazioni locali più disparate. Oltre la già citata essenzialità, gli elementi caratterizzanti questa tipologia architettonica erano un vasto spazio unitario rettangolare (l’aula) con cappelle laterali (che però mancano nei primi esempi, ancor più semplificati) e un’area specializzata per l’altare maggiore costituita da una cappella maggiore, talvolta coperta a volta e con la funzione di presbiterio, circondata da cappelle minori, come nella chiesa del Gesù a Roma, in cui se ne contano ben quattro; la copertura privilegiata era quella a soffitto piano, poiché si riteneva che i soffitti voltati disperdessero la voce, andando contro l’esigenza più importante, la predicazione.

L’altare, in posizione sopraelevata, con la sua monumentalità, doveva rappresentare il fulcro della funzione religiosa ed un continuo riferimento per la predicazione, accettando un maggiore distacco tra celebranti e fedeli.

Pio V ordinò, con la Bolla “Quo Primum Tempore”, di sopprimere “gli abusi che trasformavano in case profane i templi, ove si passeggiava familiarmente o si ciarlava e si scherzava ad alta voce senza rispetto al Signore, e ove i poveri accoglievano i nuovi venuti con dei gemiti e talvolta con delle ingiurie“. “Avendo appreso che le primarie dame portoghesi, col pretesto di ascoltar meglio la Messa, entravano nel coro delle cattedrali, occupavano gli stalli dei canonici e si collocavano fin presso i gradini dell’altare”, ordinò subito al Cardinale Infante del Portogallo “di eliminare un abuso così strano”.

Decise inoltre che: “nelle chiese di tutte le Provincie dell’Orbe cristiano, nelle Patriarcali, Cattedrali, Collegiate e Parrocchiali del clero secolare, come in quelle dei Regolari di qualsiasi Ordine e Monastero, maschile e femminile, nonché in quelle degli Ordini militari, nelle private o cappelle, dove a norma di diritto e per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, sia quella conventuale cantata presente il coro, sia quella semplicemente letta a bassa voce, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato“.

Rese obbligatoria la recita, in principio della Messa, del salmo Introibo e del Confiteor, e come epilogo del sacrificio l’invocazione del Placet; precisò la formula e le cerimonie della benedizione finale e impose la recita dell’inizio del Vangelo di S. Giovanni “In principio erat Verbum”. L’Italia e la Spagna adottarono volentieri tale liturgia. I sinodi provinciali di Rouen, Reims e Bordeaux, quelli di Bourges, Tolosa, Narbona e specialmente della Bretagna furono i primi a conciliare le loro usanze con le disposizioni pontificie; e anche la casa reale di Francia, a partire dal 1583, introdusse nelle sue cappelle la liturgia romana.

La chiesa del Gesù, a Roma, divenne il prototipo dei nuovi edifici di culto, che non escludevano nelle loro tipologie un certo decoro e una certa complessità e come afferma l’architetto Sandro Benedetti: “Con il Gesù di Roma il tipo originario ad aula si evolve ad un livello più alto, così che all’aula, al presbiterio, alle cappelle, si innesta il sistema spaziale del transetto-cupola, ed il sistema della copertura a volta della grande aula. È chiaro che le due aggiunte non sono semplici appendici, ma elementi capaci di riqualificare lo schema iniziale”. La sua progettazione fu laboriosissima e vide all’opera da una parte il Farnese con il suo architetto Giacomo Vignola e dall’altra Borgia e Tristano. Si ottenne l’ideazione di questa grande chiesa ad aula raccordata ad uno spazio a pianta centrale con copertura a volta, il tutto frutto, secondo Sale, non solo del prestigioso architetto del Farnese, ma di una paritetica collaborazione dei due architetti coinvolti. La chiesa del Gesù di Roma è quindi scaturita dall’incontro di due mentalità, due universi culturali diversi fra loro. Da una parte il gran Cardinale Farnese, cresciuto in un ambiente legato alla tradizione rinascimentale, al centro degli sfarzi della corte papale di Paolo III, uomo di gusti raffinati e protettore di artisti, che ambiva per la chiesa del Gesù un modello di edificio alto, aulico, un organismo complesso e aperto a nuove sperimentazioni spaziali. D’altro lato la Compagnia dei Gesuiti con esigenze lontane da una concezione rappresentativa dello spazio sacro.

Pianta della chiesa del Gesù, Roma.

Giovanni De Rosis. Piante “tipo” per le chiese della Compagnia, 1575-1580.

La Chiesa del Gesù sembra rispondere perfettamente alle particolari esigenze funzionali di un’epoca e ne divenne l’emblema. Sembra interessante accostarla ad un episodio di progettazione contemporanea, Notre dame du Haut di Le Corbusier, non certo per ricercare analogia di forma o di esigenze spirituali, ma soltanto perché anche in essa appare rivoluzionata la tipologia abituale del luogo di culto, offrendo una risposta originale con il gioco di volumi, colori e luce e la ricerca del segno della presenza divina al centro dell’elemento naturale.

Disegno a inchiostro dello stadio definitivo del coro esterno della Cappella.

La Spianata della Cappella, come chiesa all’aperto e meta di pellegrinaggio.

[…] le forme da crostaceo, che compongono l’insieme, il tetto a conchiglia con il suo gigantesco doccione, le cappelle laterali e l’altare, sono tutti elementi perfettamente sintonizzati per rispondere all’acustica visiva di un paesaggio ondulato […]” . Con la cappella, Le Corbusier fece compiere all’architettura moderna un’esperienza di integrazione totale dello spazio nella forma, creando, come disse  Daniel Pauly “un oggetto plastico intensamente e drammaticamente espressivo” . Nel rapporto tra spazio costruito e ambiente naturale, la soluzione escluse l’utilizzo di una “aurea proporzione”, proponendo un colpo di forza e realizzando una struttura colma di energia espansiva, espressa nell’anomalia geometrica della pianta, nell’uscita brusca di sproni murari, nel volume imbarcato della copertura esageratamente grande, nella forza dei contrasti luminosi. “Le nicchie, di forma ortogonale, hanno un’importanza fondamentale nella composizione dell’insieme: esse accentuano il gioco plastico dei volumi ed evidenziano lo spessore della parete, dandole tutta la sua materialità”.

Il primo progetto della Cappella risale al 1950, la sua conclusione al 1953. La cappella è orientata con l’altare verso Est e la navata principale può contenere 200 persone. Tre cappelle, separate dalla navata principale, rendono possibile celebrare contemporaneamente più servizi liturgici. Queste cappelle vengono illuminate da luce naturale, che proviene dalle semicupole, che contraddistinguono le torri soprastanti.

 Le Corbusier scrisse: “[…] Quando sarà ultimata nella primavera 1955,  forse, la Cappella di Ronchamp dimostrerà che l’architettura non è un problema di colonne ma di eventi plastici. Gli eventi plastici non si regolano con formule scolastiche o accademiche, ma sono liberi e innumerevoli […]”.

Veduta della facciata d’ingresso e dell”altare esterno.

Parete Nord.

Parete Nord.

Vista aerea dell’esterno.

Il volume era concepito per far entrare la luce attraverso l’apertura contenente la statua della Vergine Maria e uno spiraglio tra la copertura e il muro del coro a Sud e attraverso i frangiluce sotto la porta d’entrata e piccole aperture nel muro ad Est; dall’altro lato, era caratterizzato invece, da una zona in penombra con pareti chiuse che delimitavano le cappelle secondarie a Nord e il muro cieco a Ovest.

Nicchia esterna ospitante la statua della Vergine.

Nicchia esterna ospitante la statua della Vergine.

La statua della Vergine come appare dall'interno della Cappella.

La statua della Vergine come appare dall’interno della Cappella.

Interno con gli inserti di luce.

Vista dell’aula.

La tradizione vuole che, laddove adesso sorge la cappella di Le Corbusier prima sorgesse un tempio pagano di origine romana, sul quale, nel IV secolo, sarebbe stato eretto un santuario in onore della Vergine. Nel XIII secolo Ronchamp divenne un luogo di pellegrinaggio, che godeva della protezione naturale delle colline circostanti, mentre nel 1873, al termine delle ostilità franco-tedesche, vide riuniti trentamila pellegrini provenienti dalle due nazioni, per festeggiare il giorno della nascita di Maria, l’8 settembre. Nella concezione di Le Corbusier, la spianata diviene una chiesa all’aperto, che trova nel cielo e nell’orizzonte il suo vero rapporto.

L’alta verticale dell’angolo Sud-Est attira spontaneamente il visitatore che viene qui condotto verso Est, dove si trova il coro esterno”.

Altare, pulpito e cantoria.

Questo è anche il cammino seguito dalla processione dei fedeli, durante i giorni di pellegrinaggio, tra la grande porta a Sud e l’altare all’aperto. L’altare ha la solennità di un coro di cattedrale e davanti ad esso trova posto la folla, rappresentante il cuore del paesaggio, mentre la statua della Vergine, posta su un piedistallo rotante, guarda sempre i pellegrini sia durante le celebrazioni all’interno della Cappella, sia durante quelle al suo esterno.

Raggiungere il luogo “ispirato” del sentimento e della ragione.

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Baalbek, Assisi e Venezia, lontane nel tempo, nello spazio e per ispirazione religiosa, si proponevano come luoghi in cui il pellegrinaggio rappresentava una componente fondamentale di liturgie, con motivazioni nettamente differenti. Non si vuole qui ritrovare un’affinità nell’impianto planimetrico o nelle soluzioni costruttive, né superiorità architettonica dell’uno o dell’altro tempio, quanto la conseguenza architettonica della funzione comune all’origine delle edificazioni, quella di ospitare moltitudini di fedeli sia che chiedessero responsi oracolari, o che adorassero l’espiazione di Francesco e dei suoi compagni, oppure che assolvessero il rito del ringraziamento.

I Romani raggiungevano Baalbek per ritrovare fiducia nel proprio destino. L’invocazione alle divinità nella preghiera era ritenuta “sancta, venerabilis, aeterna, bona, optima, magna, potens, omnipotens e pulchra”. Le suppliche, pubblici riti di preghiera, venivano rivolte al dio da tutti gli adulti, uomini e donne, a capo scoperto oppure con corone sulle teste e rami di alloro nelle mani. In genere nella religione romana le preghiere venivano pronunciate la mattina, la sera e in tutte le occasioni importanti secondo un formulano preciso, la cui esattezza ne conferiva l’efficacia, inoltre il pragmatismo religioso dei Romani li induceva ad ammettere l’efficacia dei voti e a offrire i doni solo dopo che la preghiera era stata esaudita.

I fedeli, procedendo per una monumentale via di accesso, formata da una grande scala e da un portico sopraelevato sostenuto da 12 colonne, nelle quali si trovavano 12 nicchie fatte per contenere i 12 dei olimpici, accedevano ad un cortile di forma esagonale, unico nell’architettura romana e che ricorda, per l’apertura spaziale, il più recente colonnato berniniano di San Pietro.

Pianta  e veduta generale da Est del tempio di Baalbek.

Pianta e veduta generale da Est del tempio di Baalbek.

Veduta generale da Est.

Veduta generale da Est.

Da questo si poteva accedere ad un secondo cortile, concluso da un imponente altare, sopra il quale un toro bianco, inghirlandato di erbe sacre e con le corna indorate, veniva sacrificato secondo un preciso rituale che prevedeva prima lo spargimento sul capo di una salsa, la spruzzatura col vino, la rasatura di alcuni peli, che venivano gettati nel fuoco e, infine, la sgozzatura.

Sacrificio del toro bianco a Giove.

Sacrificio del toro bianco a Giove.

I Romani consideravano il sito come l’attestazione suprema della potenza e della supremazia di Giove Massimo Eliopolitano. Quest’ultimo appellativo del dio deriva dal fatto che, sebbene il tempio fosse dedicato al dio supremo, si credeva che il sito stesso fosse stato un luogo di riposo per il dio Sole. Nel 440 d.C. sembra invece che Teodosio trasformò in chiesa cristiana questo tempio e che Giustiniano abbia portato a Costantinopoli alcune delle sue colonne di granito rosso per costruirvi la chiesa di Hagia Sophia.

Un altro tipo di testimonianza, invece veniva trasmessa secoli dopo dalla città di Assisi, una attestazione di umiltà, di povertà e di sacrificio, intesa come dono di sé stessi agli altri e a Dio, avviando un recupero dei valori spirituali peculiari del primo Cristianesimo.

Al cospetto delle spoglie del santo, il fedele abbassava il tono della voce, rallentava per un attimo il passo e sentiva aumentare il disagio reverenziale oltrepassando l’intimità della penombra che le avvolgeva. Francesco, la cui scelta fu scandalosa per una società caratterizzata da violenze, eresie e rivolgimenti sociali, conseguenti all’affermarsi di una nuova realtà borghese, offrì l’esempio della sua vita per riportare il mondo all’osservanza più autentica della verità evangelica. Non esitò a ricercare il senso più pieno della sua nuova missione fra quelli sfuggiti da tutti, i lebbrosi, che maltrattati erano obbligati a segnalare il loro passaggio con un sonaglio al collo, e che rappresentavano per l’uomo medioevale l’orribile personificazione del peccato. Rovesciando ogni valutazione corrente, il Santo scoprì in essi Cristo crocifisso e divenne loro amico. In realtà, a differenza di quanto si voglia far credere,  la conversione di Francesco non fu un evento improvviso, ma un processo che maturò nel corso di diversi anni, dalla malattia, quando ventenne era stato prigioniero di guerra dei Perugini (1202) all’atto di pubblica rinuncia dei beni paterni davanti al vescovo di Assisi (1206). Gli anni seguenti lo videro cercare affannosamente la sua personale via per servire Cristo. Con tale irrefrenabile desiderio tentò di riparare con le sue stesse mani piccoli edifici sacri in rovina, fino a quando, il 24 febbraio 1208, ascoltando il Vangelo nella piccola e diroccata cappella di S. Maria degli Angeli, rimase illuminato dal capitolo X di Matteo e fu la scelta della predicazione itinerante che caratterizzò in maniera definitiva i suoi anni successivi.

Alla sua morte venne eretta la basilica doppia. La struttura gotica emerge già nella Chiesa inferiore, deputata al culto del santo, nella navata e nel transetto: si tratta di un volume schiacciato da larghe volte sorrette da robusti archi a tutto sesto e massicci pilastri. Le masse sono necessarie per reggere il peso di una costruzione superiore; in questo senso si giustifica l’uso di elementi ancora romanici, come la copertura a botte, anche se nella prima campata e  nelle laterali, il profilo dei costoloni e degli archi acuti manifesta il fiorire del gotico. Ben diverso aspetto, invece, offre la chiesa superiore, luogo concepito per la più ordinaria attività religiosa: lo spazio si dilata luminoso, ampi fasci polistili svettano verso l’alto, accanto ai costoloni a forma acuta; le parti superiori delle superfici murarie si aprono in grandi finestre lungo l’aula della navata, nel coro e nel transetto. Il cornicione che corre lungo le pareti all’altezza mediana tende tuttavia a ridimensionare lo slancio dell’edificio superiore. Si pensa che questo accorgimento consentiva a limitare lo sguardo del fedele che, diversamente da quello che accadeva guardando le chiese caratterizzate dal gotico internazionale, rimaneva rapito più dalle parole dell’ officiante che dalla magnificenza delle alte guglie. Il significato dell’edificio inferiore, raccolto e cupo, e che in origine non ebbe le cappelle laterali, è quello di “un luogo cimiteriale”, e con esso contrasta la gran luce della basilica superiore. La basilica inferiore, destinata a diventare cappella papale, è comunque resa particolarissima dalla presenza continua delle figure e dei colori che la ricoprono. La basilica superiore invece prende vita dall’intensità dei sentimenti colti da Giotto, realizzando una continuità spirituale che la unisce alla cripta sepolcrale. Tutto risulta un tripudio di colori e di forme. La basilica è caratterizzata da affreschi recanti la firma inoltre di Cimabue, di Pietro Lorenzetti, di Simone Martini, di Jacopo Torriti, fino ad arrivare al grandissimo e vasto ciclo pittorico giottesco, autentica pietra miliare nella storia dell’arte e che costituì, da allora in poi, il punto di riferimento per ogni immagine di Francesco nell’immaginario collettivo.

Pianta della basilica inferiore di San Francesco con il chiostro.

Pianta della basilica inferiore di San Francesco con il chiostro.

Pianta della basilica superiore di San Francesco.

Pianta della basilica superiore di San Francesco.

Basilica inferiore di san Francesco, Assisi.

Basilica superiore di san Francesco, Assisi.

Sotto questo vortice di meraviglie, esattamente dove i bracci della basilica si incrociano, riposa il corpo mortale del santo, custodito nel semplice sarcofago di pietra ritrovato nel 1818. All’esterno il tempio attenua l’impressione gotica dell’interno, con la facciata che ripete gli schemi del romanico; umbro -gotica è soltanto la porta d’ingresso bipartita, mentre anche la forma del campanile (compiuto nel 1239) è romanica. La chiesa venne fondata, in un terreno alle pendici del colle detto “dell’inferno” donato da Simone di Puccio di Assisi a frate Elia, il giorno dopo la canonizzazione del Poverello, avvenuta per opera di papa Gregorio IX il 16 luglio 1228. Il colle sul quale sorse la chiesa venne da allora ribattezzato “del Paradiso”.

Facciata della Basilica di San Francesco d’Assisi.

La basilica del Redentore a Venezia assolse, invece, a un voto offerto per la cessazione della peste del 1575 e fu eretta per iniziativa popolare e dedicata il 3 maggio del 1577, giorno della Santissima Croce del Redentore Nostro, avviando un programma “cristologico”, che avrebbe influenzato tutte le scelte legate alla chiesa destinata ai Padri Cappuccini. Essi ne determinarono sia l’impianto planimetrico, secondo il modello dei Francescani osservanti (di cui i Cappuccini costituiscono una filiazione), sia la scelta di rifuggire l’uso di marmi e di materiali pregiati, preferendo mattoni, cotto, intonaco e stucco.

L’isola della Giudecca e il Redentore.

La chiesa costituiva la meta di una sfilata di barche, che scortavano il bucintoro e le cerimonie legate alla festa del Redentore e venne concepita come stazione finale della solenne processione che attraversava il canale sopra un ponte di barche, il terzo sabato del mese di luglio, dando origine a una tradizione che vide il suo inizio il 20 luglio del 1577, giorno in cui si festeggiò la fine della peste.

Nell’unità dell’organismo, che conciliava lo sviluppo longitudinale della navata alla pianta centrale del presbiterio, ciascuno spazio rivestiva una specifica funzione liturgica: l’aula ecclesiale era destinata ad accogliere i fedeli, il coro mantenne il ruolo che aveva solitamente nelle chiese monastiche e la tribuna divenne il luogo votivo per eccellenza, in quanto tappa conclusiva del percorso processionale.

Pianta della Chiesa del Redentore.

Pianta della Chiesa del Redentore.

La processione del Redentore, Joseph Heinz il Giovane.

La processione del Redentore, Joseph Heinz il Giovane.

 

“Cammino” verso il paradiso. Sofferenza e redenzione dalla meditazione sul sacrificio di Cristo.

Inizia da qui

” Peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della sua patria; in modo stretto non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di Sa’ Iacopo o riede. E’ però da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamasi palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepoltura di Sa’ Iacopo fue più lontana della sua patria che d’ alcuno altro apostolo; chiamansi romei quanti vanno a Roma”.

Così scriveva Dante nella “Vita Nova”, tracciando un preciso quadro d’insieme delle cosiddette “peregrinationes maiores”.

Nella tradizione medievale il pellegrinaggio ai luoghi santi era un’ esperienza mistica necessaria. I cristiani, cercarono la salvezza della propria anima, trovando nel viaggio la speranza di redenzione e di guarigione dalle sofferenze terrene, “una terapia quasi obbligatoria” , un mezzo privilegiato per conquistarsi il Paradiso.

Una leggenda del 44 d.C. raccontava che l’apostolo Giacomo ritornò a Gerusalemme, dopo aver evangelizzato la Spagna. In questo periodo in Palestina, i cristiani venivano perseguitati e Giacomo, che rifiutò di rinnegare la propria fede, venne decapitato. I suoi discepoli misero le sue spoglie in una barca che affidarono al mare. La barca attraversò tutto il Mediterraneo, passò lo stretto di Gibilterra e procedette lungo le coste della penisola Iberica, arenandosi in Galizia. Sette fedeli accompagnarono il corpo dell’apostolo e già, durante il viaggio, si compì un primo miracolo: il corpo si riunì al capo. Poco dopo, mentre la barca del Santo si avvicinava alla costa spagnola, emerse dalle acque, sano e salvo, ma col corpo interamente incrostato di conchiglie, un giovane che era stato sbalzato da un cavallo imbizzarrito qualche giorno prima e che ormai si credeva annegato. Quando la nave approdò in una località chiamata La Corüna, le popolazioni locali attribuirono la resurrezione del giovane all’intervento di Giacomo. La salma dell’apostolo fu sepolta poco lontano, in un campo sotto una croce. Il luogo della sepoltura rimase segreto per tutto il tempo in cui gli invasori, prima i Visigoti, poi gli Arabi, occuparono la Spagna. Solo nel X secolo alcuni pastori notarono una stella isolata e molto splendente che brillava sopra un altopiano deserto. Corsero nella città vicina e avvertirono il vescovo che ordinò gli scavi: si scoprì così la tomba di San Giacomo. Attorno al santuario, nato per proteggerla, sorse ben presto una città. Il “Campo della stella”, in latino campus stellae, che le diede il nome.

Nonostante ci si riferisca al “Camino de Santiago” come ad un preciso percorso (il celebre alchimista francese Fulcanelli afferma: “Il cammino di San Giacomo, viene anche detto Via Lattea. I mitologisti greci ci dicono che gli dei seguivano questa via per andare al palazzo di Zeus ed anche gli eroi la seguivano per entrare nell’Olimpo. Il sentiero di San Giacomo è la strada stellata accessibile agli eletti, ai mortali valorosi, sapienti e perseveranti”), vi erano diverse strade che, partendo dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo conducevano in Galizia. Ciascuna di esse vantava una storia ricca di eventi, ma quella più conosciuta e frequentata iniziava nella Francia sud-occidentale, attraversava tutte le province settentrionali spagnole, fino a Santiago. Per ricostruire tappa per tappa il cammino che i pellegrini percorrevano alla volta del santuario di San Giacomo si fa spesso riferimento ad una fonte preziosissima, un testo scritto nella prima metà del XII secolo probabilmente da un chierico francese, Almerico Picaud, con l’appoggio dell’ordine di Cluny: la “Guida del Pellegrino”. L’autore medioevale descriveva in essa gli itinerari che, attraversando la Francia ed il Nord della Spagna, convergevano nella Cattedrale di Santiago, fornendo tutte le informazioni necessarie per affrontare il viaggio e per visitare, sul percorso, i principali Santuari. La sua lettura permette di determinare l’esatto itinerario del cammino medioevale ancora oggi in gran parte ripercorribile: “Ci sono quattro strade che portano a San Giacomo e si riuniscono in una sola a Puente la Reina, in territorio spagnolo; una passa per Saint Gilles du Gard, Montpellier, Toulouse e il Passo di Somport; una per Notre Dame de Puy, Conques, Moissac; un’altra per S. Marie Madeleine di Vezelay, Limonge, Perigeux; un’altra ancora per San Martin di Tours, Poitiers, Angely, Saintes, Bordeaux”.

santiago

Il “Caminos de Europa” mappa per giungere a Santiago de Compostela con allegata l’orazione del pellegrino.

La Rotta Giacobea nei suoi tratti francese, inglese e del Nord finiva entrando nella Cattedrale dalla facciata del Paradiso, attuale Azabachería, mentre quelle dal Sud, Via dell’Argento e Rotta Portoghese, giungevano alla facciata di Platerías. In ogni Anno Giubilare Compostelano tutte le rotte confluivano in piazza della Quintana. E’ questo il posto in cui ai pellegrini si apriva la Porta Santa o Porta dei Perdoni, che li portava direttamente alla navata della Cattedrale e all’abside, molto vicina alla tomba dell’Apostolo.

Itinerari principali

Itinerari principali.

Mentre il suo culto cresceva, l’Apostolo Giacomo era visto non solo come il Santo protettore della Spagna ma anche come il difensore della cristianità contro la minaccia degli infedeli. Un pellegrinaggio locale al reliquiario si registrava già nell’844 a seguito della cacciata dei Mori (una leggenda vuole che San Giacomo, durante la battaglia tra l’esercito cristiano e i Mori, apparve trionfalmente su un cavallo bianco su cui spiccava una croce rossa, e portò il suo esercito alla vittoria. Questa prodigiosa impresa gli valse l’appellativo di “Santiago Matamoros”, cioè San Giacomo ammazzamori), ma solo a partire dall’XI secolo che i fedeli si radunavano da tutta Europa intorno al santuario “in numero tale, che le strade sono affollate da tanta gente come il cielo di stelle”. Al mantello o al cappello il pellegrino soleva fissare dei distintivi quali la conchiglia, per comprovare in qualche modo la propria identità. Tale era infatti, l’abbigliamento tipico del pellegrino medioevale che, prima di partire, partecipava ad un vero e proprio rito di vestizione: gli indumenti (un mantello di tessuto ruvido, il cappello, la bisaccia, il bastone) venivano solennemente benedetti davanti all’altare prima di essergli consegnati. Alla fine del rito il pellegrino poteva mettersi in marcia percorrendo giornalmente, 30, 40 chilometri in pianura e 20, 30 in zone montuose o particolarmente difficili:

“Qui ho lasciato il mio bastone da viaggio,

qui riposo da una lunga strada.

Là si conclude il mio pellegrinaggio;

dormo tranquillo, senz’ansia del domani.”

Secondo alcuni studiosi, la conchiglia può essere considerata l’emblema del nostro corpo materiale, che contiene l’anima, rappresentata dall’organismo del mollusco. Come, il corpo diviene inerte quando l’anima se ne separa, così la conchiglia diviene incapace di muoversi quando si separa dalla parte animica. Nell’antichità il mollusco che faceva da supporto a questo simbolismo era l’ostrica comune, che fu considerata soprattutto dai greci come la perfetta rappresentazione di questo significato. Platone nel suo Fedro affermava “il mollusco non può separarsi dalla sua tunica ostrica senza morirne.” La conchiglia rappresentò anche la resurrezione e tutte le rappresentazioni associate alla resurrezione in vita o alla salvezza nel regno celeste.

Santiago divenne uno dei centri più importanti della cristianità, la terza città santa dopo Gerusalemme e Roma, e per il grande afflusso dei fedeli, che vi giungevano, si rese necessario costruire o ricostruire chiese nei maggiori luoghi di sosta e predisporre sistemazioni per la notte e attrezzature e servizi per le pratiche religiose, con alberghi ogni 30 km. Le chiese e le immagini sacre, lungo il cammino, indicavano la via e suggerivano soste di preghiera, mentre luoghi di ospitalità, sorgevano in corrispondenza di valichi, passi, fiumi, zone paludose. 

Da questo punto, (Parigi: rue St.-Jacques, numero 1) la maggior parte dei pellegrini iniziavano il loro viaggio.

Da questo punto, (Parigi: rue St.-Jacques, numero 1) la maggior parte dei pellegrini iniziavano il loro viaggio.

La “Giuda del Pellegrino” raccontava, infatti, che gli “ospizi sono stati collocati nei posti dove ce n’era più bisogno. Sono posti santi, case di Dio stesso, fatte per il conforto dei pellegrini, il sostegno dei bisognosi, l’assistenza dei vivi e la salvazione dei morti […]”. La chiesa di pellegrinaggio era concepita come monumento commemorativo di una vita, un mausoleo, una presenza e un esempio. Per svolgere nel migliore dei modi il suo ruolo, il santuario doveva soddisfare condizioni diverse, quali l’essere un luogo di culto e di protezione e l’accogliere i raduni delle folle, nelle ricorrenze particolari.

Il problema non fu risolto facilmente e si diede luogo a soluzioni anche molto diverse, mentre la pratica del pellegrinaggio si espandeva nel corso dei secoli. Il deambulatorio soppiantò le “strutture ad angoli retti”, meno adatte alla circolazione e alle processioni. La pianta a coro a deambulatorio con absidiole radiali a pianta semicircolare diventò lo schema preferito e Santiago ne rappresentò il prototipo.

Pianta della basilica di Santiago.

Pianta della basilica di Santiago.

Inoltre quella di Santiago è sorta sopra resti di templi di epoche e culti precedenti, come quasi la maggior parte delle chiese medievali, in cui gli scavi archeologici hanno messo in luce antichi “pozzi sacri”(ricordiamo, per esempio, il pozzo dei “Santi Forti” nella cattedrale di Chartres.), grotte o strutture megalitiche. Studi recenti del sottosuolo hanno rivelato non solo i resti dell’antica cattedrale di Compostela, distrutta dai Mori, ma anche quelli di un tempio romano e di un più antico pozzo celtico. E’ dunque ipotizzabile che il sito fosse noto alla cultura celtica come un luogo di risalita di una potente corrente di energia vitale della terra1 e che il Cammino della Stella diventasse una vera e propria esperienza iniziatica, costellata da enormi prove e difficoltà da superare, rappresentate dai sette “porti di montagna” che si dovevano attraversare per conquistare l’ambita meta.

Commenta Fulcanelli: “ Il nostro viaggiatore ha camminato a lungo; eppure il suo sorriso esprime a sufficienza, quanto sia felice […] di aver compiuto il suo voto. Perché la sua bisaccia vuota e il bastone da pellegrino […], indicano che […] non si deve preoccupare, ormai, né del bere, né del mangiare. Inoltre la conchiglia fissata al cappello […] prova che egli ritorna […] da Compostela.”

1 Nel libro di Paola Giovetti, I luoghi di forza, Roma 2002 si parla della concentrazione e radiazione dell’energia della terra, oggetto di studio della “Scienza geomantica”. Secondo le ricerche, la terra è percorsa da acque sotterranee e correnti magnetiche che emanano vibrazioni, il cui campo di radiazione non è omogeneo a causa di acque sotterranee che talvolta si incrociano o per la presenza di zone di diversa composizione geologica, acque stagnanti, anomalie del campo magnetico della terra, presenza di minerali o faglie. Negli anni 30 il medico Heidelberg Ernst Hartmann scoprì l’esistenza del reticolato di pareti energetiche di elettromagnetismo, che ha origine al centro della terra e arriva fino a 1500 metri di altezza. I lati del reticolo misurano circa 2 metri in direzione nord-sud e due e mezzo in direzione est-ovest. Dove le pareti si incrociano si forma un nodo di energia molto forte che può risultare dannoso per l’organismo. Le fasce verticali che costituiscono la rete misurano 21 centimetri e si orientano secondo i poli magnetici. Gli antichi conoscevano queste influenze della terra che chiamavano Genius loci e prima di edificare o stanziarsi in un luogo esaminavano il comportamento degli animali. Stonehenge, le cattedrali gotiche e quasi tutti i luoghi di culto storici e preistorici giacciono su linee energetiche, le cosiddette Ley-lines, che li collegano ad altri siti. Le pietre sorte su tali linee ne potenziano l’energia. Purner, un architetto di fama mondiale che intraprese le ricerche in tutta Europa negli anni 80, spiega: “I costruttori ritenevano che le radiazioni terrestri potessero influire sull’atmosfera dei luoghi di culto e sulla sensibilità delle persone, ed edificando in quei luoghi e in quel modo volevano che i sacerdoti superassero se stessi: volevano aiutarli a prendere contatto con la dimensione spirituale. Studiando siti cristiani e non, ho notato che tutti senza eccezione si trovano su corsi d’acqua con particolare concentrazione di energia nella zona dell’altare. Non era quindi il tempio a rendere sacro il posto ma il contrario. L’atmosfera in certi luoghi è in grado di aiutare a prendere contatto con realtà superiori e trascendenti.” Su questa scienza è basata oggi la Bioarchitettura, che ha lo scopo di rendere maggiormente vivibile un appartamento, secondo regole molto semplici, come la corretta posizione di mobili, prese di corrente, elettrodomestici, per donare equilibrio e serenità ai suoi abitanti e migliori condizioni di salute. A parere di Hartmann l’organismo risponde in maniera ben precisa al clima elettromagnetico a cui è esposto. Possono in tal modo verificarsi disturbi subdoli quali nervosismo, insonnia, stanchezza, tachicardia, esaurimento fisico e mentale, mal di testa.

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